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Sherlock: tra libro e cinema

Nato dalla mente geniale di Sir Arthur Conan Doyle nell’ormai lontano ‘800, Sherlock Holmes ha ipnotizzato tutte le generazioni successive, creando attorno a sé un vero e proprio esercito di seguaci. 


Non dobbiamo stupirci se numerosi produttori, registi e sceneggiatori (soprattutto contemporanei) del cinema hanno spesso messo gli occhi su di lui facendolo diventare protagonista di nuove avventure. Ne abbiamo visti (eccome!) di attori cimentarsi in questo ruolo, che tutto è fuorché semplice; perché semplice non è proprio personaggio.
Doyle nei suoi racconti, spesso brevi, brevissimi, ha delineato la personalità stravagante di questo investigatore privato londinese dalle mille risorse e dall’intelletto quasi spaventoso: brillante, sarcastico, illuminato, rivoluzionario, solitario, preciso nei calcoli e nelle parole; una mente fuori dal comune e un carattere scontroso. Non semplicemente un uomo, ma una bomba di emozioni pronta ad esplodere da un momento all’altro. A compensare i suoi difetti e a completarlo c’è però un altro personaggio: Watson, collega inseparabile, l’unico capace di sopportare i suoi sbalzi d’umore. 


Così, sulla base di questi tratti ecco sbizzarrirsi i creativi del cinema. Ed ecco che dalla serie tv del 2005, ambientata in una Inghilterra moderna, intitolata proprio Sherlock e firmata da Steven Moffat e Mark Gatiss, vediamo l’investigatore privato di Baker Street di nuovo sul grande schermo: a vestirne i panni abbiamo un Benedict Cumberbatch (attore protagonista in The Imitation Game) impeccabile. Sia nella serie, sia nel suo “episodio speciale” cinematografico che riporta il nome di Sherlock - L’abominevole sposa (nelle sale italiane solo il 12 e 13 gennaio), l’attore è incredibilmente perfetto nella recitazione e nell’interpretazione: il modo in cui dosa il tono della voce, la velocità dei suoi discorsi, i suoi gesti, il suo modo di essere così freddo e (quasi) affettuoso, scontroso e sarcastico, richiamano appieno il personaggio di Sir Doyle. Chapeau per Cumberbatch! 


Il film comunque è un buon risultato ottenuto dalla serie televisiva dalla quale però si differenzia soprattutto nell’assetto temporale: il sipario si alza e, contro ogni aspettativa, ci ritroviamo nella Baker Street di una Londra vittoriana come quella di Doyle, con gli inseparabili Sherlock e Watson (interpretato da Martin Freeman) alle prese con un nuovo caso. Tale signora Ricoletti, vestita con il suo vecchio abito da sposa, sembra aver inspiegabilmente seminato il panico in strada, togliendosi poi la vita. La vicenda si infittisce quando la si rivede vagare in giro; a quel punto la domanda sorge spontanea: è morta davvero o no? Il finale non è poi così scontato e lo scheletro, l’articolazione della vicenda è piuttosto complessa, che richiama per certi versi l’Inception di Christopher Nolan. 


La produzione è stata puntigliosa e innovativa nella ricostruzione dell’ambiente in generale, ma più nello specifico in quella della stanza da lavoro del protagonista: all’interno di essa sono evidenti elementi tipici dei racconti di Sir Doyle. Per questo Steven Moffat in persona si è occupato di far fare una “visita guidata” agli spettatori in un “dietro le quinte” di qualche minuto trasmesso poco prima dell’inizio del film. In questo modo, anche i meno attenti si sarebbero accorti di piccole ma importanti cose. 
Dopotutto, se si vuole parlare di Sherlock, bisogna essere attenti ai minimi dettagli, o la resa è pessima. 


Francesca Sassone
(28 gennaio 2016)


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