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Il suicidio: come metabolizzare il lutto

Il suicidio di una persona cara – sia essa appartenente alla cerchia di familiari o di amici – non è mai facile da metabolizzare. Il senso di colpa, le domande – destinate a restare senza risposta – e l’inadeguatezza che ci si sente dentro: tutte cose che prendono il sopravvento, dopo una situazione simile. “Nel suicidio tutte le fasi del lutto vengono esasperate, intensificate” dice Dominique Durcos, presidente dell’associazione francese “Vivre son deuil” (Affrontare il lutto).


“Il suicidio è un enigma, una non risposta, e suscita delle domande che non riceveranno risposta” aggiunge Philippe Carette, psicologo e direttore del Centro “Recherche et Rencontres” (Ricerche e incontri). Oltretutto poi c’è la vergogna, perché è un argomento tabù nella nostra società, unita al fatto che spesso non venga dato a chi subisce un duro colpo simile l’aiuto di cui ha bisogno. Il bisogno di parlare è forte quanto utile è sfogarsi. Chi subisce una perdita simile manifesta sintomi di shock post traumatico – e in questi casi va indirizzato verso specialisti in materia – e depressione. Spesso si manifesta il desiderio di seguire la persona cara nello stesso modo, soprattutto se non si è avuto l’aiuto giusto. Secondo uno studio condotto presso l’Imperial College di Londra, tra le persone che hanno avuto un trauma simile la percentuale di voler tentare lo stesso gesto aumenta del 65% rispetto a chi non ha vissuto questo tipo di lutto. Sono stati analizzati, per ottenere questa conclusione, 3400 individui tra studenti  e personale di segreteria (per un’età che varia dai 18 ai 40 anni); metà di essi aveva avuto un suicidio nella loro vita, l’altra metà aveva subito un lutto importante ma avvenuto per altre cause. Parlare, sfogarsi, non avere né paura e né vergogna: uscire dal baratro si può.


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