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L’Isis usa la “Tagliola” per punire le donne impudiche

Testimonianze raccapriccianti arrivano dai campi profughi al confine con la Siria, nel territorio controllato dai curdi. Pare che i rivoluzionari a capo del Califfato Islamico, che occupano Mosul ormai da 20 mesi (dal giugno 2014), si siano inventati una terribile arma “per punire tutte le donne che non coprono a dovere ogni parte del loro corpo”. Si chiama Biter, ovvero “Tagliola” e, secondo le descrizioni che ne fanno con orrore coloro che hanno avuto l’incubo di vederlo, o peggio, di provarlo, si tratta di uno strumento metallico a forma di trappola per animali, con denti affilatissimi in grado di penetrare nella carne della vittima straziandola di dolore.


Una vera e propria arma del terrore. Il quotidiano internazionale The Independent ha raccolto la testimonianza di una giovane donna di Mosul, Fatima, 22 anni, che è recentemente approdata in salvo, assieme al suo bambino di 11 mesi, nel campo profughi di Mabrouka, vicino a Ras-al-Ayn, territorio controllato dalle forze curde. “Mia sorella è stata punita terribilmente per avere dimenticato a casa i guanti il mese scorso”, racconta disperata ed inorridita, affermando che i segni di quella terribile tortura ed i lividi scuri sono ancora ben visibili sul suo corpo e non spariranno presto. 
Marchiare psicologicamente e fisicamente tutti coloro che non si attengono alle regole del regime: questo l’obiettivo dell’Isis che sembra avere accresciuto negli ultimi mesi il suo carattere violento, riversando la propria ferocia su una popolazione indifesa e ridotta ormai allo stremo. Alle donne, in particolare, viene “chiesto” di indossare pantaloni larghi, calzini ed ampi guanti, in modo da tenere ben nascosta ogni parte del corpo ed impedire di lasciar intravedere anche solo un minimo delle proprie forme femminili. Donne annientate, derubate e saccheggiate della loro dignità, avvolte in un groviglio di veli che ne cancellano l’identità e le rendono più simili ad ombre che ad esseri umani in carne ed ossa. Questa la terribile verità che arriva dall’Est del mondo. 


“È come se i combattenti dell’Isis volessero compensare l’arresto della loro avanzata in guerra a causa degli attacchi aerei russi ed americani col mostrare che hanno ancora molto potere sulla popolazione sotto il loro controllo”, questa l’ipotesi avanzata da alcuni studiosi del fenomeno, che sottolineano quanto siano incrementate le fustigazioni e le esecuzioni pubbliche negli ultimi mesi. Eppure, per quanto tutto ciò possa apparire degno del peggiore film dell’orrore, queste donne sono animate da una forza quasi eroica che sorprende gli ascoltatori. “Io potevo sopportare i maltrattamenti e la mancanza di cibo” - spiega Fatima - “ma quando anche il mio bambino di 11 mesi ha cominciato a patire la fame, è diventato impossibile restare”.



Fame e violenza: il punto della situazione in Siria
A spingere moltissimi cittadini alla fuga non sono solo la barbarie ed il clima di violenza ed abusi instaurato dall’Isis (anche se costituiscono la causa principale), ma anche la mancanza di beni essenziali come cibo, acqua e medicine, oltre che elettricità e petrolio. Il latte per i bambini manca ormai da sei mesi, mentre il riso costa attualmente 10 dollari al chilo! In generale, a Mosul nell’ultimo anno il prezzo dei beni alimentari essenziali è raddoppiato se non addirittura, in alcuni casi, quintuplicato. In alcune parti della città è possibile bere un po’ d’acqua solo una volta a settimana a causa delle condutture pubbliche danneggiate e mai più riparate. Ma anche l’elettricità crea i suoi problemi. Un idraulico riuscito a sfuggire al regime racconta, ad esempio, che nel nord della Siria i coltivatori stanno progressivamente abbandonando i campi perché manca la corrente elettrica necessaria all’irrigazione. Ibrahim, invece, un farmacista di 26 anni, testimonia che mancano anche i medicinali più banali come gli analgesici, e che quando lui è fuggito da Mosul la sua farmacia era ormai mezza vuota ed inservibile. 


La soluzione più semplice appare, dunque, quella di chiudere i battenti e fuggire il più lontano possibile, nonostante l’Isis minacci di uccidere tutti quelli che tentano la fuga. Via, allora, ai trafficanti di esseri umani che, per 400-500 dollari a persona, trasportano in segreto, chiusi nei camion, i civili in territorio curdo. Il fatto che molti di loro riescono a scappare potrebbe apparire un segno dell’indebolimento dell’Isis che, ormai, non è più in grado di controllare chi entra e chi esce dal proprio territorio. In realtà, secondo gli esperti, si sta verificando l’inverso. I guerriglieri islamici, colpiti dagli attacchi aerei russi e americani, aggrediti dell’esercito siriano ed iracheno e travolti dal blocco economico sulla vendita del petrolio, nonché dalla crisi del prezzo del greggio, appaiono più che mai alla ricerca disperata di denaro. Tanto più ora che le raffinerie in Siria da loro controllate sono state devastate dall’aviazione statunitense. Di conseguenza, il petrolio estratto non può essere raffinato e, allo stato grezzo, è inutilizzabile come carburante in quanto danneggerebbe i motori di automobili ed altri mezzi di trasporto. L’accanimento del Califfato contro le donne e gli oppositori politici, reali o presunti, sottolinea, tuttavia, quanto la conclusione del conflitto sia lontana e che ancora molte vittime cadranno sotto la scure del fanatismo islamico, che continua a diffondere il terrore con le sue punizioni sempre più spesso arbitrarie.


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