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Torneranno i prati: una guerra di silenzi, di nomi, di colpe

La neve di Olmi è grigia. No, non è solo la neve ad esserlo: le armi, i mantelli, gli uomini, gli alberi, il cielo, il mondo stesso; tutto grigio. La guerra è grigia. Una trincea dispersa sui monti a nord-est nell'inverno del 1917. Uomini che aspettano un assalto o un miracolo. Lo cercano nelle lettere da casa, in un topo che mangia molliche di pane, nel pane, in una volpe, in un albero che s'illumina prima di morire bruciato.


Non c'è retorica; solo la povera certezza di non stare capendo nulla. Ed è potente, questa certezza, solo perché sta tra le labbra di chi non ricorda la propria casa, di chi fa a gara a chi riesce a contare più numeri per scacciare tutti gli altri pensieri. È una guerra nuda; non cruda, ma vera. È una guerra di silenzi, di nomi, di colpe. È un capitano che non riesce a reggere il peso di mandare incontro alla morte altri esseri umani, uno dopo l'altra. È l'orgoglio, la paura o la morale che lo spinge ad andarsene?
“A cosa serve che si faccia giustizia dopo? Dopo è troppo tardi”.


Tutto in una notte. Esplosioni, anch'esse grigie, che sventrano il silenzio in modo disumano. Fugge il topo, fugge la volpe. Rimangono solo uomini impauriti e cadaveri. E, guardandoli in faccia, nel grigiore che ammanta tutto, sembrano la stessa cosa. È fuga nella neve per chi può andarsene. E, per chi rimane, restano solo il volto scarno della solitudine e il peso di un timore; la paura che nessuno ricorderà questo grigio.
“Ma la cosa più difficile sarà perdonare. Se un uomo non sa perdonare, che uomo è”?


Cosimo Monari



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