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Tra architettura e cibo, viaggio nel quartiere ebraico di Palermo

Tinto di mistero e scoperte inaspettate, il centro storico profuma d’Oriente anche dopo secoli di torpore. Nel cuore del capoluogo siciliano, tra alti e spessi palazzi settecenteschi, nuovi fast-food mediorientali e pavimentazione irregolare, pulsa ancor oggi il quartiere ebraico. Non nascondo a dirvi che fino a pochi mesi fa questa fu una grande scoperta per me, dopo lunghi studi e pomeriggi di letture venni a conoscenza che gli ebrei hanno vissuto nella nostra bella isola per lunghi anni nei secoli scorsi. 


Gli ebrei ‘siciliani’, chiamati marrani, si professavano cattolici anche se erano fedeli del loro culto. Nel 1492, quando furono costretti a pagare le imposte sulla libertà di religione, sul cibo e sul vino, dovettero abbandonare definitivamente il Mediterraneo per ordine di Ferdinando II d’Aragona che proclamò l’Editto di Granada. Nonostante la forte e tormentata cacciata, gli ebrei lasciarono un’indelebile presenza nella città siciliana: ciò è confermato nelle rarissime e fragili testimonianze scritte e nelle, quasi, inesistenti spoglie architettoniche.
Il fulcro della città, in età contemporanea, è abbellito da una folta topografia trilingue (italiano, arabo ed ebraico) che ci fa capire un po’ l’eterogeneità della popolazione del XV secolo. L’antico quartiere Harat Al-Yahud era suddiviso in due parti: la Guzzetta e la Meschita. Le case costruite in queste zone erano sviluppate su due piani e all’entrata di ogni abitazione c’era la Gheniza (piccoli incavi adiacenti che contenevano le preghiere). Le botteghe si trovavano al primo piano dell’abitazione che erano teatro di attività artigianali (come in via Lampionelli, via Calderai e via dei Cartari) come vasellame, lumi, falegnameria, ferro e rame e lavorazione delle stoffe.


L’urbanistica palermitana è ricca di mistero e fatti: non tutti sanno che un tempo se si attraversava il vicolo Mesquita si accedeva direttamente alla Sinagoga, attuale Archivio Comunale, che fungeva da sito amministrativo, giuridico e medico. Vicino al vicolo sorgeva la macelleria che doveva seguire delle rigide regole alimentari scritte nella Torah. Rispettando il codice ‘Kosher’ della religione ebraica nasce il primo cibo da strada – il pane con la milza – da un prodotto non ammesso dal loro culto.
Oggigiorno sono molteplici le attestazioni arabo-sicule, ma per quanto riguarda la comunità ebraica ogni orma è stata distrutta dal 1492 secondo la volontà di Ferdinando d’Aragona – detto anche Il Cattolico – e dalla moglie Isabella di Castiglia nella loro folle idea di creare una nazione unita religiosamente.
Ad ogni modo è bene ricordare quanto la storia di Palermo sia stata marcata profondamente dalla loro permanenza e dal loro bagaglio culturale, religioso e gastronomico. 


La cucina siciliana è segnata dalla tradizione ebraico-sefardita (gli ebrei che vivevano in Spagna). Andres Bernaldez affermava che gli ebrei “preparano i piatti di carne con aglio e cipolla rosolati nell'olio, che usano al posto del lardo che non vogliono mangiare, e la carne all'olio lascia un pessimo odore in bocca”. Questi ingredienti sono ancora presenti nelle nostre pietanze, vedi i carciofi ripieni (cacocciuli alla viddanedda), melanzane ripiene, polpette fritte (tipico seconda portata domenicale) e la torta di mandorle. Questi piatti sono solo alcuni di quelli che sono stati tramandati ed ereditati dal popolo della Terra Promessa che continuano ad essere consumati e cucinati dai siciliani spesso tenuti all’oscuro di questo grande scrigno di segreti made in Sicily.


Maria Carola Leone


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