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Alla scoperta delle ghost towns (seconda parte): Pryp'jat’ e il grande disastro

Nel secondo articolo della serie di approfondimento sulle ghost town, dopo Resia e il campanile galleggiante, affronteremo ora il caso di Pryp’jat’.
Pryp’jat’ è una città situata nel nord dell’Ucraina vicino al confine con la Bielorussia ed a circa 110 chilometri da Kiev, la capitale. La sua costruzione iniziò nel 1970 con lo scopo di ospitare i costruttori ed i lavoratori della centrale nucleare di Černobyl', ubicata a soli tre chilometri. Nel corso degli anni la sua popolazione accrebbe considerevolmente poiché la qualità della vita, rispetto al resto dell’Unione Sovietica, era relativamente elevata.


Il 26 aprile del 1986, data indimenticata, all’1.23 del mattino il reattore numero 4 della centrale nucleare esplose, liberando nell’aria enormi quantità di radiazioni che si propagarono addirittura fino ad altri continenti. Il giorno successivo, il 27 aprile, fu divulgato tramite altoparlanti l’ordine di evacuazione per i 47mila residenti, poiché la quantità delle radiazioni era altissima. Furono mandati autobus sotto la stretta sorveglianza della polizia e dei funzionari addetti. Le direttive furono quelle di portare con sé soltanto i documenti, gli affetti personali strettamente necessari e i viveri di prima necessità. Si raccomandava inoltre di chiudere le finestre, l’acqua, il gas, e di spegnere tutte le apparecchiature elettriche. I dirigenti delle strutture pubbliche e industriali avevano inoltre redatto un elenco dei dipendenti che sarebbero rimasti in loco per garantire il normale funzionamento delle aziende.


Doveva trattarsi di un allontanamento momentaneo, qualche settimana al massimo. Ma da allora, a distanza di 30 anni, la popolazione costretta all’esilio non ha mai potuto fare ritorno. E così sarà ancora per molte e molte generazioni, sempre che la vita del nostro pianeta sia tanto lunga da permetterlo. Attualmente la città è totalmente disabitata: nelle tabelle contenenti i dati riepilogativi, alla dicitura abitanti segue un inquietante ed emblematico zero; lo stesso caso si ripete, di conseguenza, per i dati relativi alla densità.
L'ingresso in tale area è vietato, alcune strade sono state letteralmente sbarrate da blocchi di cemento per impedirne l'accesso e, per potervi accedere, sono necessari dei permessi speciali. All'uscita le persone ed i veicoli vengono sottoposti ad un controllo ed eventualmente viene effettuata una doccia contro le radiazioni.
Le strade sono ancora percorribili, ma a poco a poco vengono invase dalla vegetazione. Anche la fauna, come lupi, volpi, orsi, può aggirarsi libera e indisturbata per la città. Con l'interdizione al pubblico si sono anche verificati, nel corso degli anni, alcuni episodi di sciacallaggio.


Alla popolazione è permesso per un giorno all'anno, nella data in cui ricorre la tragedia e con la festa del 1° maggio, che ricadono a distanza di pochi giorni l'uno dall'altro, far ritorno nella loro città. All'aria aperta il livello delle radiazioni si registra dai 15 ai 300 micro-roentgen, per cui non va oltre la dose considerata letale, che è fissata appunto oltre i 300 micro-roentgen. Tuttavia, in modo particolare negli edifici ubicati nei pressi della centrale, il livello di radioattività è talmente elevato che le porte di questi rimangono aperte per favorirne la dispersione.
La zona più tossica di Pryp'jat' è il parco divertimenti che avrebbe dovuto essere inaugurato il 1° maggio successivo al disastro, ovvero cinque giorni dopo. Ovviamente non fu mai inaugurato ed essendo direttamente esposto verso la centrale nucleare fu investito in pieno dalle particelle radioattive trasportate dal vento nei giorni dell'esplosione. Anche la foresta alle spalle morì immediatamente ed è stata definita dagli abitanti Foresta Rossa per via del colore rosso che assunsero gli alberi colpiti dalle radiazioni. E pensare che Pryp'jat', per le sue numerose aiuole, veniva definita la città dei fiori.


Dal sito web della città sono organizzate apposite visite guidate per i turisti: poiché la prolungata assenza di manutenzione è causa di numerosi crolli, è stata vietata la visita autonoma. Nonostante questa possibilità, tenersi il più distante possibile da tale luogo non può che ritenersi indiscutibilmente la cosa più saggia per la propria salute.
Non resta che inchinarsi di fronte al sacrificio e al coraggio dei dipendenti che da sempre, a cominciare dalle prime ore della catastrofe, lavorano incessantemente sul luogo per arginare e contenere come possibile la continua fuoriuscita di radiazioni dal famigerato reattore 4.


Luca Caregnato

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