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Ha davvero senso un intervento militare in Libia?

La tragica uccisione dei nostri due connazionali, Fausto Piano e Salvatore Failla, ha riaperto la possibilità di una partecipazione italiana in un intervento militare in Libia. Finora la politica estera cauta del governo Renzi è stata vincente.


L’interventismo di Hollande in Siria è stato pagato a durissimo prezzo dalla Francia con gli attentati di Parigi del 13 novembre. Invece l’Italia, alle prese con grandi eventi come l’Expo e il Giubileo, ha mantenuto un profilo basso. Questo approccio, unitamente alla grande preparazione dei nostri apparati di sicurezza, ci ha consentito di scongiurare attentati islamisti sul nostro territorio. Però per l’attuale situazione libica stiamo scontando l’interventismo francese di Sarkozy del 2011, al quale Berlusconi si accodò controvoglia. Una volta rimosso Gheddafi, le potenze occidentali si sono totalmente disinteressate della ricostruzione e della pacificazione dello stato libico. Si sono creati due governi, uno a Tobruk, sostenuto da Francia e Emirati Arabi, l’altro a Tripoli, vicino ai Fratelli Musulmani e sostenuto da Turchia e Qatar. Sono miseramente falliti i tentativi di creazione di un governo di unità nazionale, mentre l’ISIS imperversa su uno Stato in totale fallimento, non solo politico ma anche economico.
In questo scenario, il governo italiano ha sempre sostenuto che si sarebbe potuto intervenire militarmente solo sotto l’egida ONU e in caso di creazione di un governo unitario che lo chiedesse. Però ad oggi queste condizioni non si sono minimamente verificate. Gli Stati Uniti, sempre più disimpegnati militarmente, stanno spronando l’Italia ad assumere un ruolo guida per un intervento in Libia, ma l’Italia non ne ha alcuna intenzione. Secondo i sondaggi, l’opinione pubblica italiana, memore del fallimento del 2011, è contraria a un'altra guerra dall’altra parte del Mediterraneo. Il rischio di ritorsioni terroristiche, già elevato, diventerebbe allarmante e richiederebbe un forte innalzamento dei livelli di sicurezza interni. Stiamo già combattendo una guerra impari: da un lato, la popolazione occidentale fino agli attuali settantenni non ha mai vissuto la guerra in prima persona ed è totalmente disabituata all’idea di guerra dal punto di vista psicologico. Dall’altro lato, c’è una miriade di giovani abituati alla fame e alla povertà che non ha nulla da perdere e che non vede l’ora di morire per Allah.


Intervenire in Libia significa, dunque, accollarsi un rischio attentati ancora maggiore. Si potrebbe giustamente obiettare che il rischio ci sarebbe comunque, vista la vicinanza geografica dell’Italia e il ruolo simbolico di Roma come capitale della cristianità. Però è necessario chiedersi: qual è lo scopo di una nostra missione militare? Chi sono i nostri alleati sul territorio? Quali interessi nazionali dobbiamo difendere in Libia? Se non si è in grado di rispondere a queste domande si rischia un esito simile a quello del 2011, anzi peggiore, con una situazione complessiva del Paese ancora più deteriorata.
Anche se in maniera nascosta, le potenze occidentali stanno rafforzando la loro presenza militare in Libia. In particolare, la Francia ha le idee ben chiare: oltre all’ovvia guerra al terrorismo, la difesa degli interessi della Total e del governo di Tobruk, e (forse anche) limitazione dell’influenza geopolitica dell’Italia in Libia. Accodarci agli interessi altrui, come già avvenuto nel 2011, sarebbe del tutto controproducente. Un’altra ipotesi era stata recentemente sollevata per la risoluzione della situazione libica: la tripartizione del Paese in Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, secondo l’antica organizzazione ottomana. In passato l’aver tracciato i confini degli ex Stati coloniali con il righello ha provocato grossi danni. Però forse bisognerebbe riflettere con la popolazione libica di questa possibilità. È sempre meglio un territorio diviso che un’ulteriore guerra.


Gloria Gattoni

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