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Indetto il referendum popolare sulla trivellazione nell’Adriatico

Gli italiani sono chiamati alle urne domenica 17 aprile 2016 per esprimere il proprio parere a proposito dell’installazione di basi petrolifere nel Mare Adriatico e Ionio. Ad essere interessati sono oltre tre milioni di ettari di mare che bagnano le coste di Emilia-Romagna, Abruzzo, Molise e Puglia. Sono ben 17 finora le compagnie petrolifere che hanno fatto richiesta presso il Ministero dell’Ambiente, di cui ben 12 straniere. Tra queste cinque inglesi, tre australiane, due norvegesi, una americana ed una irlandese.


Il presidente della regione Puglia, Michele Emiliano, si è mobilitato assieme alle altre regioni direttamente interessate, a cui si è aggiunta la Calabria, per ribadire il suo “no” ad uno sfruttamento energetico che non distruggerebbe solo il turismo di queste regioni, ma esporrebbe ad un rischio altissimo l’ecosistema marino. L’immagine dei bellissimi litorali costieri italiani e le spiagge da sogno che ogni anno attirano sulla nostra terra milioni di turisti rischiano di scomparire a causa dei ciechi interessi economici che vanno unicamente a vantaggio dei petrolieri. “Dobbiamo tenere insieme tutti i popoli dell’Adriatico e dello Ionio che rischiano di trovarsi coinvolti in questa storia senza avere deciso né voluto queste trivellazioni” – invoca Emiliano con grande preoccupazione. Di qui, l’unione di ben dieci regioni che hanno insieme presentato ben sei quesiti referendari. Di questi, la Corte Costituzionale ne ha approvato soltanto uno, come ricorda il quotidiano online “CBline”, in cui viene chiesto agli italiani “il permesso di proseguire la trivellazione oltre la scadenza dei permessi, per tutta la vita utile del giacimento”.


In pratica, il 17 aprile non si voterà affatto l’ok per la trivellazione (il Governo ha dato già il suo assenso la scorsa estate), ma soltanto la possibilità di rinnovare la concessione di “bucare” i nostri fondali marini alle compagnie petrolifere che stanno già prendendo possesso dei nostri mari. Il 22 dicembre, infatti, il Ministero dell’Ambiente ha concesso alla Petroceltic Italia tutti i permessi necessari allo sfruttamento di un’area marina di ben 373 km² proprio davanti alle Tremiti. Per quattro anni, la compagnia potrà trivellare i fondali pagando allo Stato Italiano un canone di 1.900 euro all’anno (5,16 € al m²). Una beffa, dunque, che vede come vittime maggiori non solo le imprese costiere che vivono del turismo estivo, ma soprattutto moltissimi pesci.
Il WWF, infatti, proprio in questi giorni ha lanciato un allarme inquietante: “I pericoli per i pesci sono elevati, soprattutto per i cetacei, con danni all’apparato uditivo e conseguenze fisiche quasi letali”. Il governo Renzi, lo scorso maggio aveva approvato un ddl che cancellava il sistema di estrazione ad aria compressa (air gun) dagli ecoreati. Proprio un mese prima di avviare le prime concessioni ai petrolieri, dunque, ha spianato la strada all’installazione delle trivelle mettendosi al sicuro dal potere essere accusato di delitto ambientale. “Le esplosioni di onde acustiche di forte potenza obbligano le specie marine a risalite repentine in superficie” – spiega il WWF – “con il rischio di emboli mortali, come dimostrato nel 2012 dall’ISPRA, l’Istituto di Ricerca del Ministero dell’Ambiente, negli studi condotti da Gianni Pavan, docente di Bioacustica dell’Università di Pavia”.
A tutto ciò si aggiunge il rischio inquinamento. Nonostante si tenti di rassicurare la popolazione sulla sicurezza degli impianti, infatti, i movimenti NO TRIV ricordano che gli uomini non sono perfetti e possono commettere degli errori. In questo caso, però, trattandosi del Mediterraneo, e dunque di un mare chiuso, non di un oceano, “basta un errore ed il mare sarà compromesso per decenni”. Nella polemica interviene persino l’Unione Europea, che avverte che il petrolio che, eventualmente, verrà rintracciato nell’Adriatico, è “di scarsa qualità” e, dunque, non apporterebbe grossi vantaggi economici ed energetici all’Italia.


Dunque, gli italiani saranno alle urne domenica 17 aprile non per decidere sul loro futuro e su quello della loro terra, ma soltanto per esprimersi a proposito di un cavillo meramente burocratico che non cambia lo stato delle cose. La decisione più importante è già stata presa “in alto” da un Governo non eletto democraticamente, che continua a legiferare in nome di un popolo che non se ne sente rappresentato. La democrazia e la sovranità popolare sono state, anche in questo caso, calpestate in nome delle lobby e degli interessi di pochi, e molti cominciano a domandarsi se questi non sono i primi passi verso una nuova “dittatura”, questa volta economica e finanziaria.




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