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Kurdistan iracheno: donne yazide ancora prigioniere

Migliaia di yazidi si sono raccolti in preghiera a Dohuk, nella parte irachena del Kurdistan, per chiedere la liberazione di tutti gli yazidi ancora prigionieri dello Stato islamico nelle zone più calde dello stesso Iraq e della Siria.
Molte sono le donne che sono state brutalmente rapite e portate in un uno dei covi più remoti degli uomini in nero del Califfato; queste donne sono molto giovani, spesso solo ragazzine, che vengono costrette a convertirsi alla religione islamica e vengono poi usate come schiave sessuali e fatte sposare con miliziani islamisti che le sottopongono ad ogni genere di sopruso.


Susan Safar, fondatrice e direttrice dell'organizzazione umanitaria yazida “Mother” spiega: “Quello che vogliamo dire è che oltre un anno e mezzo dopo i rapimenti, le donne yazide vengono ancora uccise, violentate o vendute come schiave. Siamo nel ventunesimo secolo e ci sono ancora persone vendute come schiave, è come essere tornati al Medioevo”.
L'organizzazione yazida è molto attiva anche nell'aiuto psicologico a quelle poche donne che sono state liberate o sono riuscite a fuggire; dopo gli orrori vissuti nelle mani dei rapitori dell'ISIS, le donne sono devastate fisicamente e psicologicamente ed è molto difficile per loro ritornare alla vita normale.
Le donne yazide non sono solamente fragili, ma hanno anche dimostrato di sapere combattere per loro stesse e per i loro figli; è stata creata un’unità paramilitare tutta al femminile che non ha niente da invidiare alle unità maschili in quanto a coraggio e determinazione.


Molti, sia uomini che donne, sono scoppiati in lacrime durante la preghiera pensando a tutte quelle madri, mogli, sorelle e figlie ancora nelle grinfie degli uomini in nero del Califfato che stanno di certo soffrendo senza la possibilità di tornare a casa e riabbracciare i propri cari.
Fino a poco tempo fa il governo curdo locale concedeva ai famigliari dei rapiti un piccolo risarcimento alle tante famiglie che avevano venduto tutto pur di pagare il riscatto, ma adesso i soldi sono finiti e per le vittime e le loro famiglie non c'è più neanche quel misero e simbolico conforto.




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