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Trudeaumania nella casetta in Canadà

La casetta in Canadà è un brano di Panzeri e Mascheroni che arrivò quarto al Festival di Sanremo 1957 interpretato da artisti vari fra i quali Gino Latilla e Carla Boni, ma non è di questo che vogliamo parlare. Per “casetta in Canadà” si vuole intendere l’ordinamento statale, culturale e tradizionale della democrazia parlamentare ad orientamento federale canadese, monarchia costituzionale di cui la regina Elisabetta II d’Inghilterra è ancora capo.


Il Canada è il secondo Paese al mondo più grande dopo la Russia ed è stato abitato per millenni da popolazioni aborigene. Da sempre meta di flussi migratori, la sua popolazione è sempre stata formata da numerosissime etnie da cui forse deriva il suo stesso nome: kanata (villaggio, comunità). Villaggi e comunità etniche dei secoli passati hanno dato vita alla società multiculturale che conosciamo noi oggi fatta di trasparenza del sistema politico, altissimo grado di alfabetizzazione e sesto posto al mondo per indice di sviluppo umano.
Abbondanti risorse naturali ed una rete commerciale di prim’ordine fanno del Canada – 35 milioni di abitanti – una delle nazioni più sviluppate del pianeta (ottavo posto per PIL pro-capite). Colonizzato all’inizio del XVII secolo da francesi ed inglesi, il Canada ha ottenuto l’indipendenza dall’Impero Britannico solo negli anni ‘30, per questo forse le religioni (cattolica e protestante) raccolgono ancora quasi i tre quarti dell’orientamento religioso attuale.
Cultura ecologistica e qualità della vita hanno permesso nel 1971 la nascita a Vancouver di Greenpeace mentre le libertà civili, fatte anche di matrimoni omosessuali legalizzati da tempo in tutto il Paese, hanno di fatto permesso al “giovane” premier Justin Trudeau di far sfilare i suoi 30 neo-ministri ad Ottawa, per il governo più liberal del mondo.


Impazza quindi la “Trudeaumania” come a voler dire (anche a noi italiani) che è il momento giusto, che si deve e soprattutto che si può, multiculturalità quindi anche dentro il “Palazzo”. Perfetta parità, 15 uomini e 15 donne, due ministri “prima nazione” (aborigeni), un’indiana We Wai Kai ed un Inuit (eschimesi), poi un astronauta, un’atleta paraolimpica non vedente ed un veterano della guerra in Afghanistan (Difesa).
Con coraggio il giovane Trudeau ha nominato alle Istituzioni Democratiche nientedimeno che una rifugiata musulmana, ha messo d’accordo tutti rompendo i protocolli e ha fatto sfilare vicino a sé sua madre, protagonista negli anni Settanta di party selvaggi con i Rolling Stones ed Andy Warhol.
Gli anziani lo ammirano in quanto figlio di babbo Pierre (anch’egli premier), ai giovani piace perché è un quarantatreenne liberal talentuoso con tanto di selfie e social, come quando ha fatto in diretta il giuramento su Periscope.

Giuseppe Vassura

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