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Diversamente Rossi: l’intervista per i nostri lettori

Il loro disco, uscito il 22 aprile, già spopola ovunque. L’immobile disegno, successo annunciato, si fa valere così come noi tutti, ascoltatori attenti, avevamo predetto… e non è veggenza – soprattutto nel mio caso, che non sono capace di capire che pioverà nemmeno quando le nubi si addensano e nell’aria si diffonde l’odore d’erba umida – è realismo. Toni dolci, pacati. Canzoni piene d’amore e di ricordi e di malinconia – perché, checché se ne dica, quando si ama si soffre anche, almeno un pochino. Molta famiglia e molta vita – di quella vera – vissuta a mille.


Ma parliamo di loro: i Diversamente Rossi, pieni di talento, non solo hanno la musica che scorre nelle loro vene al posto del sangue ma sono anche gentilissimi. Nella loro spigliatezza che odora di umiltà e di umanità hanno acconsentito a rispondere alle nostre domande. Eccole per voi, lettori di Prima Pagina on line!

Parliamo del vostro percorso artistico… sapevate già da bambini che la musica sarebbe stata il pilastro della vostra vita?
Vincenzo:
In effetti no. Ho cominciato a suonare intorno ai tredici anni e poi verso i sedici ho iniziato a scrivere canzoni ma per lungo tempo è rimasta una passione che tenevo per me. Facevo ascoltare i miei brani solo a pochi amici.
Ciro:
Sì, assolutamente. Da quello che mi racconta mia madre la passione per la musica è venuta molto presto perché nel box insieme ai giochi avevo uno di quei giradischi portatili per i 45 giri che i bambini oggi non conoscono affatto. Ascoltavo a ripetizione canzoni tipo Furia al cavallo del west
Santo:
Da piccolo sono cresciuto con il mito dei miei zii musicisti in Brasile e col fascino di una terra che ai miei occhi sembrava lontanissima. A 14 anni ho iniziato a farmi sedurre da tutto quello che si poteva percuotere. Da allora la musica è parte integrante delle mie giornate e compagna di viaggio di valore inestimabile.
Gaetano:
Credo di no, ma già da piccolo si notava un'alchimia con tutto quello che dava vita ad un ritmo, ad un'armonia e che oggi, come prima, mi fa star bene quando suono o quando semplicemente ascolto musica.



A cosa vi ispirate? Quali cantanti vi hanno influenzato nel corso della vostra carriera?
V:
Ricordo molto bene la prima canzone in assoluto che segnò il mio passaggio alla musica “adulta”. Armeggiavo da qualche tempo con il giradischi e i vinili di mio padre ascoltando quello che mi capitava sotto mano, quando un giorno mi imbattei in “vecchio frac”. Fu una folgorazione, presi ad ascoltarla ossessivamente per decine di volte al giorno. Ricordo anche che mio padre metteva spesso De Andrè durante i viaggi in auto, conoscevo i suoi testi a memoria già da ragazzino. Probabilmente in quel periodo si formò il mio gusto musicale, e l’interesse per i testi di un certo tipo. Altra folgorazione fu con Pino Daniele, ascoltato durante una festa tra amici delle medie. Da lì in poi è stato un susseguirsi di tanti cantautori come De Gregori, Dalla, Guccini, Fossati, Bennato, Conte. Mi piaceva molto anche Concato e successivamente ho apprezzato alcune cose di Baglioni. Comunque mi piacciono molti generi e ho ascoltato un po’ di tutto, penso che “fegato spappolato” di Vasco Rossi sia un capolavoro, mentre non amo il rap e detesto il rap/pop che usa molto rozzamente la peggiore retorica sociale per il nobile fine di fare cassetta.
C: L’ispirazione per i nostri pezzi viene dall’emozione che recepiamo quando Vincenzo ci propone una nuova canzone con la sua sola chitarra, e che quindi ancora non ha un vestito. Spesso il testo e l’armonia che Vincenzo ha pensato ci suggeriscono la strada da percorre per l’arrangiamento che dovrà accarezzare le parole. Le influenze sono tante per quanto mi riguarda, pur essendo un chitarrista amo il cantautorato da De Andrè ai più recenti Bersani e Silvestri, ma amo tutta la buona musica quindi passo dal jazz al blues alla musica popolare senza storcere il naso.
S: L'ispirazione viene da quello che viviamo ogni giorno, io per esempio cerco sempre la bellezza del “Suono” in tutte le sue forme: il rumore del treno, la moka, il cane che abbaia … può far sorridere ma lo vivo come un linguaggio parallelo. Ho tantissime influenze musicali … per tenermi stretto: Napoli Centrale, Mario Musella, Pino Daniele, NCCP, Area, Sly e Family Stone, Gong, Miles Davis, Bill Evans, James Brown, ScreamingHeadlessTorsos, John Zorn, Frank Zappa, Maria pia De Vito, Steve Coleman, Rino Gaetano, Dalla, De Andrè, Canzoniere Del Lazio.
G: Da piccolo Battisti, i Pink Floyd, Dalla coloravano le mie giornate poi l’influenza del groove con il Funk '70, Stevie Wonder, Pino Daniele sono state le basi ma tanta è la musica che in un modo o nell’altro ha influenzato e influenza tuttora il mio percorso artistico.



Cosa provate quando cantate/suonate?
V: Dipende dal momento. Quando suono da solo, per me stesso, è perché ho voglia di farlo esattamente in quel momento. È la risposta ad una necessità, come quando hai sete e bevi un bicchiere d’acqua. Può capitare sia quando sei allegro che quando sei triste. Quando si suona davanti ad un pubblico, probabilmente all’inizio si è più concentrati sull’esecuzione ma se il pubblico è caloroso e coinvolto allora ci si lascia andare e si suona senza pensare. In quei momenti si prova una sensazione di benessere, ti immergi nel mondo emotivo della canzone che stai suonando: se è una canzone allegra ti diverti molto, se è una canzone malinconica ci vai dentro completamente e ti emozioni davvero ma è come se quella malinconia venisse stemperata da una sorta di abbraccio affettuoso che ti arriva da chi sta ascoltando.
C: Suonare per me è una necessità. Ho un rapporto molto fisico con i miei strumenti e cerco di non separarmene mai per troppo tempo. Infatti non amo molto le lunghe vacanze in cui non ho la possibilità di portare almeno una chitarra con me.
S: Ogni volta è come partire per una vacanza dopo un anno di lavoro.
G: Suonare mi fa star bene, è un modo di comunicare, se hai la fortuna di suonare con persone che stimi e con cui hai feeling tutto funziona, tutto è spontaneo e il risultato verrà apprezzato di sicuro...


Testo o musica? A cosa date la priorità?
V: In una canzone c’è bisogno di molto equilibrio. Un bel testo o una bella musica da soli non bastano, anche se la musica arriva senz’altro prima. Basti pensare alle canzoni straniere, il cui testo per la maggior parte di noi è incomprensibile eppure le ascoltiamo e ne fischiettiamo il ritornello. Questo meccanismo funziona anche con molte canzoni pop italiane, in cui spesso il testo è banale e gli autori si concentrano soprattutto sul suono delle parole, mentre per il significato si rifanno a schemi consueti, cercando principalmente di evitare che sia di disturbo. Inoltre mi sembra che ci sia una sorta di timore ad usare parole oltre quel migliaio di uso quotidiano. Oppure, per converso, talvolta viene esasperato l’uso di parole inconsuete, in un compiacimento ampolloso e fuori contesto (es: “batracomiomachia” nel testo di una canzone di Raf). Ci sarebbe ancora molto altro da dire …
C: Non si può pensare ad un bel testo senza una bella musica, il contrario spesso lo si trova.
S: Testo e musica si accarezzano e quando reciprocamente raggiungono il livello di conoscenza massimo allora viene fuori quello che vogliamo. Riusciamo sempre a comporre un brano lasciandoci trasportare dalle emozioni. Cerchiamo sempre di tirare l'anima dai nostri pezzi!
G: Istintivamente credo allamusica ma l’equilibrio pensa sia d’obbligo...

Quale, tra le vostre partecipazioni, ricordate con maggior soddisfazione?
V: Quando aprimmo un concerto dei Modena City Ramblers durante la manifestazione TerraFelix che si svolge dalle nostre parti. Era una manifestazione di piazza e c’era un folto pubblico che era lì per i Modena, nessuno che ci conoscesse. Pensavo che ci avrebbero ignorato e invece ci accolsero benissimo, ascoltando in silenzio e applaudendoci con calore alla fine di ogni brano. Fu una bella esperienza, anche i Modena si complimentarono con noi.
C: Ho un bel ricordo del Premio Bindi, un concorso cui partecipammo qualche anno fa e che si svolge a Santa Margherita Ligure.
S: Premio Bruno Lauzi a Capri, arrivammo al cuore della gente e dei tanti addetti ai lavori che con un solo brano eseguito capirono l'essenza dei Diversamente Rossi.
G: Ho ottimi ricordi di tutte le varie partecipazioni ma forse quella che ricordo con più piacere è quella al premio Bruno Lauzi ad Anacapri dove venimmo premiati per il miglior testo. Oltre alla suggestiva cornice tutta l’esperienza fu significativa.

Quanto c’è della vostra vita nei vostri brani?
V: Molto, tendo a scrivere di cose che ho vissuto o che ho osservato e che mi hanno colpito molto. Ho come un meccanismo automatico che mi impedisce di scrivere cose rispetto alle quali non sono davvero coinvolto, una sorta di rilevatore di forzature. Credo sia lo stesso meccanismo che mi rende insopportabile l’ascolto di certe canzoni preconfezionate che hanno lo stesso sapore di merendine da supermercato.
C: Per l’aspetto musicale, che più mi riguarda, credo incidano molto il vissuto e lo stato d’animo che di conseguenza entrano di forza in quello che suoni. Penso che questa cosa avvenga nell’arte in generale.
S: È inevitabile farsi trascinare da quello che si vive. La tua musica vive di quello che tu vivi.

Il video di un’altra estate… il quadro in movimento di una vita piena, forte di amici veri, risate e famiglia. Parlateci un po’... chi ha avuto questa idea?
V: L’idea e la realizzazione del video sono opera di Lorenzo Cammisa, giovane attore e regista che è anche un nostro caro amico. Nei suoi lavori personali predilige la sperimentazione ma possiede un lessico visuale molto solido e ricco che gli consente di sintetizzare in maniera creativa ed efficace le diverse esigenze che si trova a gestire. Abbiamo anche suonato insieme, quindi conosce bene la nostra musica e ciò che vogliamo trasmettere. Come ci aspettavamo, Lorenzo non ha usato il testo della canzone come una sceneggiatura per il video, ma piuttosto ha sublimato il racconto fatto di parole in un nuovo racconto, duale al primo, fatto di immagini in movimento.


Cosa vi piacerebbe trasmettere con i vostri live?
V: Chi va ad un concerto, o a qualsiasi altra manifestazione artistica, secondo me ci va per entrare in mondo diverso dal quotidiano. Le parole o i suoni che ascolti, o le immagini che vedi, sono diverse da quelle di tutti i giorni. È un mondo costruito “ad arte” ma non per questo finto. Anzi, serve proprio ad amplificare la realtà, a sintetizzare gli elementi essenziali di una storia al netto del rumore di fondo, o ad evocare emozioni che normalmente tendiamo a nascondere. Spero quindi di riuscire ad appagare questa necessità dell’ascoltatore, di riuscire a raccontare storie interessanti e restituire a loro, e a me stesso, qualche emozione tenuta discosta.
C: Spero arrivi l’emozione che è arrivata a me quando ho ascoltato per la prima volta i nove pezzi che compongono il nostro progetto e che continuano ancora ad emozionarmi ogni volta che li risuono.
S: Le stesse emozioni che proviamo quando componiamo la nostra musica. L'importanza del testo diventa fondamentale per noi e il testo dovrebbe arrivare alla gente nella forma più immediata possibile.
G: Spero vengano fuori l’emozione che abbiamo noi sul palco, senza quella è difficile fare colpo...

Progetti futuri?
V: Stiamo già pensando ad un secondo disco. Prima o poi vorrei provare a scrivere anche per altri.
C: Speriamo che il disco arrivi a più persone e che lo si possa portare in giro per l’Italia con un bello spettacolo live.
S: Suonare, suonare, suonare!

Grandi artisti… e noi di PPOL li seguiremo in ogni loro progetto futuro.


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