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Edward Hopper in mostra a Bologna

Quello che si coglie, guardando le opere della mostra di Hopper a Bologna (Palazzo Fava, 25 marzo – 24 luglio 2016), è un occhio voyeuristico, quasi morboso, sempre nascosto dietro un sasso, un balcone o una porta. Questo sguardo ci riporta il senso vuoto del mondo. Un vuoto concreto, presenza nell'assenza.


Grandi macchie di colori creano masse quasi uniformi da cui i soggetti non hanno forza di staccarsi. Poi, però, il colore comincia a frantumarsi, ad assottigliarsi e a prendere una sua autonomia. Dalla massa del mondo i soggetti cominciano a conquistare una loro precisa identità. E, su tutto, la forza demiurgica della luce. 


Edifici accecati e sorpresi nel sole del mezzogiorno o dall'instabile rosseggiare del tramonto. Il senso di vuoto permane, ma è un vuoto che circonda oggetti, case, costruzioni e persone: ogni elemento che guadagna una sua identità sembra essere estraneo ad ogni altro elemento e al mondo stesso. Solitario, spaesato, confuso. La certezza dell'immagine chiede in cambio l'incertezza dell'esistenza. Ciò che invece è certo e potente è l'impreciso biancore del cielo o la massa indistinta di erba e vegetazione. Unico scopo della luce è mostrarci il deserto percettivo che giace tra noi e il resto del creato.


Peccato che, dal lato organizzativo, la mostra non sfrutti appieno le potenzialità delle opere: l'illuminazione tende a proiettare sulle tele l'ombra dell'osservatore o crea un riflesso di luce che non permette di comprendere soggetti e colori. Gli spazi sono male orchestrati: le opere di Hopper, con la loro pittura d'impressione, hanno bisogno di spazio, di respiro. Qui sono invece affossate in stretti corridoi; lo sguardo claudica su pennellate e macchie senza riuscirsi a fare un'idea dell'insieme. Anche la disposizione lascia a desiderare: invece di unire le opere secondo un criterio tematico-cronologico, si opta per raggruppamenti che non tengono in conto dell'evoluzione stilistico-concettuale dell'artista. È un peccato che, forse per compiacere un pubblico di non addetti, si tenda a sacrificare la potenza sintetica del pittore statunitense.


Cosimo Monari 

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