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Gulliver, fiorai e divertimento: Pino Strabioli ricorda Paolo Poli

“Il torto di Dio è di non aver brevettato l’uomo. Per questo ce ne sono in giro tante cattive imitazioni”: così aveva dichiarato in un’intervista Paolo Poli, uno dei volti più amati e sorprendenti del teatro italiano, che si è spento lo scorso 25 marzo a Roma. Lui, quel brevetto ce l’aveva eccome.
Camaleontico, intelligente, graffiante, Paolo Poli ha segnato un’epoca e incantato intere generazioni con i suoi spettacoli, letture e interviste. Eccelleva in qualsiasi cosa facesse, perché possedeva un talento fuori dal comune. Noi di Prima Pagina on line abbiamo avuto il piacere di ricordarlo con un suo grande amico, Pino Strabioli, con il quale aveva lavorato allo spettacolo I viaggi di Gulliver nel 1996, scritto insieme la biografia Sempre fiori mai un fioraio e condotto il programma E lasciatemi divertire, che ha raccolto critiche positive e grandi consensi da parte del pubblico. Ecco dunque una conversazione deliziosa, dalla quale viene fuori un ritratto delicato e affascinante tanto dell’uomo, quanto dell’artista.


Carissimo, la prima, più che una domanda, è una curiosità: quando e dove hai conosciuto Paolo Poli?
Ero un grande ammiratore di Paolo; avrò avuto forse ventiquattro anni. Ero affascinato da quel suo modo tutto particolare, eccezionale, unico di fare teatro. Amavo moltissimo anche quello di Carmelo Bene e Dario Fo, ad esempio. Nel teatro cercavo la diversità, non solo nelle trame, ma soprattutto nei protagonisti. E Paolo era, senza dubbio, uno dei più importanti punti di riferimento. Mi piaceva andare a vederlo. Successivamente, sul finire degli anni ‘80, ho iniziato a curare una rubrica di spettacolo per L’Unità e così mi capitava di intervistare gli attori. Andavo a bussare ai camerini e dietro una di queste porte c’era proprio Paolo Poli. Questo è stato il nostro primo incontro. Nel 1996 poi, mentre lavoravo a Uno mattina, Paolo mi chiamò per fare insieme I viaggi di Gulliver e quello è stato un enorme regalo per me, perché ho calcato i più famosi palcoscenici, ho girato l’Italia con lui e con quel suo teatro, che io tanto adoravo. Parlo di quel teatro fantastico, ricco di mirabili scenografie, fatto di carta pesta e tele dipinte, pieno di parrucche e vestiti di tela. Interpretai Gulliver e altri ruoli. Sono state stagioni memorabili, incredibili… E negli anni abbiamo sempre cercato di coltivare il nostro splendido rapporto.


Dove vi incontravate?
Quando entrambi eravamo a Roma, andavamo spesso a pranzo nello stesso ristorante, da Luigi, a piazza Sforza Cesarini, non molto lontano da casa sua. Un giorno mi presentai in trattoria con un piccolo registratore. Gli chiesi il permesso di registrare le nostre piacevoli conversazioni e lui non si tirò indietro. Nacque così un’altra meravigliosa esperienza: Sempre fiori mai un fioraio, un libro edito da Rizzoli. L’ultima avventura bellissima, che mi ha regalato Paolo, risale, invece, a qualche mese fa e si chiama E Lasciatemi divertire, che lo riportò in televisione dopo ben quarant’anni di assenza. Un programma, targato Rai Tre, di otto puntate, dedicato al mondo del teatro e della letteratura. Una trasmissione coraggiosa, con cui abbiamo raccontato agli italiani i vizi capitali. A dire il vero stavamo lavorando, c’eravamo visti un mese fa circa, sempre da Luigi, sempre allo stesso tavolo, nello stesso ristorante, ad un programma televisivo, che avremmo dovuto fare quest’estate.


Sarebbe stato un seguito di E lasciatemi divertire o si trattava di un nuovo format?
No, era un’idea nuova. Paolo voleva far dono a Rai Tre di tutto il suo repertorio teatrale, per cui avremmo raccontato a puntate molti dei suoi spettacoli. Raccontare il suo teatro significava parlare anche dei grandi scrittori, dei capolavori della letteratura, ma anche dell’intera tradizione popolare, per cui in un episodio avremo mostrato Rita Da Cascia del ‘67, che suscitò all’epoca parecchio scalpore, in un altro avremo parlato di Lucrezia Borgia o di Alberto Savinio e così via… Avremo ripercorso così secoli di letteratura, pittura, storia, insomma di ogni scienza umana, perché si sa, che con Paolo si poteva discorrere di qualsiasi cosa, senza cadere nel banale, dal basso per arrivare all’alto e viceversa. Era il coturno e la ciabatta insieme, per parafrasare uno dei suoi più famosi spettacoli.



Ecco, una domanda concerne proprio questo: c’era in Paolo Poli una propensione verso il Surrealismo, perché lui, di fatto, prediligeva l’umorismo acuto, il sarcasmo mordace, e quelle che Alberto Savinio, da te già citato e dal maestro Poli molto amato, chiamava “divine frivolezze”. Paolo Poli ha recitato in spettacoli come Cane e Gatto del ‘85, tratto dalle opere di Palazzeschi e Landolfi, Il coturno e la ciabatta del ‘90, ispirato a Narrate, uomini la vostra storia di Savinio, o il più recente Il mare del 2010, preso da Anna Maria Ortese. Tutti scrittori sorprendenti, che hanno come comun denominatore: il Surrealismo, movimento straordinario, che in Italia non attecchisce, purtroppo a causa della censura fascista, che mai ne avrebbe potuto tollerare la diffusione. Ecco, secondo te, era un richiamo di Paolo Poli verso questo tipo di narrativa, che portava avanti l’ironia, l’importanza della psiche e la libertà sessuale o pensi che lui sia stato risucchiato dal Surrealismo, perché probabilmente ce l’aveva già dentro di sé?
Probabilmente tutte e due le cose. Sai, era un po’ la sua maniera di guardare la vita, che si avvicinava al Surrealismo; non interessava solo il teatro. Era insito in lui probabilmente, e te ne accorgevi quando ad esempio passeggiavi, andavi a pranzo o guardavi un dipinto di Caravaggio nelle chiese assieme a Paolo. Ricordo che un giorno ad Orvieto, dove tra l’altro io sono cresciuto, visitammo la cappella di San Brizio. Ecco lui aveva un modo tutto suo di conversare, di riflettere e descrivere. Era un grande affabulatore. Forse hai ragione, era inconsapevolmente un autore di quella corrente. Poi, certamente sentiva vicinissimi quegli scrittori, la pittura di quegli anni. Era una persona curiosa, amava moltissimo leggere, non si stancava di ripetermi che quando era triste magari si rifugiava in Dante o che riteneva Madame Bovary un capolavoro indiscusso della letteratura francese.


L’ironia era un’arma che Paolo Poli usava a teatro, mi viene in mente il ruolo di Isadora Duncan nel ‘90, ma che diventava una risorsa anche nella vita. In sempre fiori mai un fioraio traspare una sorta di malinconia, che definirei un desiderio di solitudine addirittura. O sbaglio?
Sì, assolutamente, ma era una solitudine voluta. C’erano dei momenti in cui amava condividere il calore familiare. Paolo aveva un rapporto molto forte con la sorella Lucia, ma anche con suo nipote Andrea. Senza dimenticare i tanti amici e la gente, che correva ad applaudirlo in teatro. Certo, c’era poi anche la sua solitudine, la quale, tuttavia, al contrario di ciò che si è abituati a pensare, era serena. In un’intervista a Repubblica Franca Valeri ha detto: “Dove c’era lui, c’era la gioia!”. Pensa, nel libro lui racconta di essere cresciuto in una famiglia numerosa, in cui si era abituati a condividere ogni cosa, le fragole tanto per citare qualcosa. “Ecco ora le fragole sono solo per me, beata solitudo!” – esclama alla fine del racconto e ci ride su.

Come hai fatto a trascinarlo nell’avventura di E lasciatemi divertire?
Paolo era una persona molto diretta, seguiva l’istinto. Ha vissuto con naturalezza ogni sfaccettatura della realtà: dalla sua omosessualità agli anni della guerra, dall’esordio nel varietà alla notorietà vera e propria. Andava incontro alla vita, abbracciando qualsiasi esperienza. E così è accaduto anche per E lasciatemi divertire. Si fidava di me.

Possiamo dire che sei stato un privilegiato?
Beh, lo sono e con me tanti altri… Mi viene in mente il fotografo Fiorenzo Niccoli, ad esempio. Non siamo in pochi ad aver avuto il piacere di lavorare con lui.

Cosa ti mancherà di più di Paolo Poli?
Eh, mi mancheranno, e mi mancano già adesso, la sua voce al telefono, i nostri pranzi da Luigi, le lunghe chiacchierate. Mi manca un punto di riferimento importante! Mi mancano la sua mente luminosa, la sua capacità di raccontarti la vita, il suo affetto. Il suo esserci.

Gabriele Lavia, attore, regista e direttore artistico, ha dichiarato a proposito del maestro Poli: “Impossibile riproporre uno dei suoi spettacoli, era come Totò: non è replicabile”.
Esatto. Voglio segnalarti che proprio Gabriele Lavia ha lanciato l’idea magnifica di intitolare a Paolo Poli il teatro Niccolini a Firenze, che era stato inaugurato, proprio da lui, lo scorso gennaio. Lo stesso sindaco si è mostrato entusiasta dell’iniziativa! Impegniamoci perché avvenga, raccogliamo questa proposta, Paolo merita davvero. Con lui se ne va una maniera unica di fare teatro, un patrimonio culturale.

Quale spettacolo di Paolo Poli consiglieresti ad un giovane, che non lo conosce?
Gli direi di pescare a caso. Con E Lasciatemi divertire abbiamo raccolto su Twitter complimenti e apprezzamenti soprattutto dai giovani. Molti di loro lo hanno scoperto così e se ne sono innamorati. Alcuni hanno in seguito comprato il libro, per conoscerlo meglio e ne hanno postato frasi, condiviso pensieri e citazioni. Credo che siano rimasti colpiti dalla sua assoluta coerenza: Paolo faceva ciò che aveva voglia di fare, non perdeva tempo. Era un artista che non scendeva a compromessi, non si è mai lasciato vincere dalla logica del denaro, finanziava lui stesso tutti i suoi spettacoli. Era un esempio di rara libertà.



Già, come quando Paolo Poli, in veste di professore di letteratura francese, accompagna le sue studentesse in una casa di tolleranza, prima che la Merlin ne decreti la chiusura nel ‘58.
Eh sì, è un aneddoto che amava raccontare. Paolo ha accompagnato molte generazioni, pensa, soltanto, alla lettura in tv de Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi; ha affascinato grandi e piccini. Rai Tre, la rete che lui amava fortemente, si impegnerà per ricordarlo, mandando in onda i suoi spettacoli e le interviste.

Per chiudere, secondo te, alla Camera ardente, Paolo Poli avrebbe preferito ricevere fiori o fiorai?
Fiorai, fiorai, assolutamente fiorai. Paolo amava la gente.

Grazie caro Pino, per questo dono meraviglioso, che hai voluto regalare a me, ai lettori di Prima Pagina on line e a tutti coloro che hanno amato Paolo Poli. Ci ha lasciati il venerdì di Pasqua e non ti nascondo che, fino alla fine, ho sperato risorgesse. Ne avevamo bisogno, ci mancherà tanto!


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