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I vecchi e i giovani: il “romanzo sbagliato” di Pirandello

 “I vecchi e i giovani è un romanzo sbagliato”, scriveva Cesare Pavese nel 1937 in un appunto contenuto in Mestiere di vivere, a proposito di uno dei romanzi più criticati di Luigi Pirandello, venuto a mancare l’anno precedente. Come di solito accade, alla morte di un grande scrittore critici, letterati, giornalisti ed editori si affannano nel tentativo di ricostruirne il percorso letterario, evidenziandone i meriti e consacrandone il nome ad una dimensione quasi mitica.


È già accaduto con Dante, celebrato per il suo valore dopo la morte, con Tasso, con Foscolo, Manzoni, Leopardi, Pirandello, Gadda, ed accade oggi con Umberto Eco. Eppure, quando Cesare Pavese pensava a I vecchi e i giovani non riusciva proprio a capacitarsi del fatto che uno scrittore della statura di Pirandello, capace di catturare l’attenzione del mondo grazie al successo delle sue novelle e al suo rivoluzionario modo di concepire il teatro e la narrativa, avesse potuto scrivere un romanzo tanto “farcito di antefatti e spiegazioni sociali e politiche”. Il problema di questo romanzo, secondo Pavese, sta nel fatto che “si frantuma in figure che hanno per legge interiore la solitudine e concludono ognuna alla pazzia, all’inebetimento, al suicidio e alla morte senza eroismo”. Un giudizio amaro ed impietoso che non ammette possibilità di riscatto alcuna. Pensato da Pirandello come il romanzo che doveva raccontare il dramma della Sicilia dopo il 1860, I vecchi e i giovani racconta la storia di una famiglia siciliana immersa nel vortice degli sconvolgimenti sociali a ridosso dei moti dei Fasci del 1893, in cui alla lotta di classe tra padroni e lavoratori si aggiunge lo scontro più sottile tra due generazioni: quella che ha fatto l’Italia e ha cullato il sogno di una terra libera dall’oppressione, e la nuova classe dirigente, quella dei figli corrotti, progressisti nel volto e reazionari nel cuore, che non hanno compreso il sacrificio dei padri e sono trascinati da una sete smisurata di denaro e di potere. Un giudizio storico severo quello di Pirandello, verso un Risorgimento che aspirava al rinnovamento e al il progresso delle zone più arretrate del Paese, e che si è risolto, invece, in un “fallimento collettivo”. Un romanzo difficile, senza dubbio, non a caso definito da Giancarlo Mazzacurati, uno tra i più eminenti critici del Novecento, come “l’estrema prova ottocentesca” dello scrittore, ricca di spiegazioni, di analisi, “con scarsa alternanza”, come sottolineava Pavese, “di prosa e dialogo”, creando uno stile freddo, lucido e razionale. Tuttavia, era proprio questo l’intento di Pirandello, che in una lettera del 1908 scrive di avere voluto creare “una rappresentazione priva di qualsiasi partigianeria”. Cominciato nel 1901, il romanzo fu pubblicato a puntate nel 1908-1909 sulla rivista “Rassegna contemporanea” e, dopo una serie di battibecchi con l’editore Carrabba, che si rifiuta di “ripubblicare un romanzo già edito”, Pirandello riesce ad ottenere la prima edizione in volume del testo a Milano, presso i fratelli Treves. Continuerà a lavorare al romanzo fino al 1931, quando presso Mondadori esce l’edizione definitiva, “completamente riveduta e rielaborata dall’autore”. 


Emblema dell’impegno politico dello scrittore siciliano, dunque, I vecchi e i giovani, più che un romanzo sbagliato è oggi un romanzo attuale in quanto incarna, attraverso la moltitudine di personaggi che popolano le pagine del racconto, la “crisi di coscienza” della contemporaneità, che si specchia e si riconosce nell’altra “crisi di coscienza”, quella della Sicilia del 1893-1894, che ha lottato coraggiosamente per liberarsi dallo stato di corruzione e sottomissione in cui era stata posta.

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