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Il figlio di Saul: l’irrappresentabile sul grande schermo

Opera prima di una bellezza strabiliante, Il figlio di Saul sperimenta l’estetica dell’irrappresentabile sul grande schermo riuscendo a contraddirla con forza sovrumana. L’ha detto la critica internazionale, il filosofo Didi-Huberman e persino Spielberg, apertamente detestato dal regista anche per la sua “edulcorata” interpretazione cinematografica dell’Olocausto.


Il film è girato tutto in 4:3, un campo strettissimo e persino abbarbicato sul corpo ed il viso del protagonista che non smette un secondo di muoversi nel campo di concentramento, ad Auschwitz. Il resto si intravede sfocato, si strappa per un frangente confuso dal piccolo riquadro aperto sulle spalle di Saul Ausländer, il protagonista.


László Nemes, regista ungherese esordiente che ha visto parte della sua famiglia morire nel campo di sterminio di Auschwitz, affida al poeta ebreo ungherese Géza Röhrig l’arduo compito di incarnare il male senza perdite. La scelta di concentrare l’immagine sul corpo di Saul/Géza costringe l’occhio dello spettatore a rubare nel caos che circonda il protagonista provocandogli un senso di colpa: il rimorso di chi pecca guardando l’orrore.



Saul/Géza si muove per spasmi lungo il labirintico campo di concentramento. Lo spettatore perde subito l’orientamento. Sente solo urla: comandi, strazi, morte. Non si capisce nemmeno quando è giorno e quando è notte. Forse è proprio questo che intendeva il New York Times (anche se in senso critico) descrivendolo come un film che offre più sensazione che profondità.



In realtà, oltre l’apparato estetico, Il figlio di Saul sperimenta l’irrappresentabile anche tramite l’aspetto “contenutistico”. Saul fa parte di un Sonderkommando. Costretto a uccidere, bruciare e disperdere le ceneri della sua gente, è ancora umano e la sua umanità la riscopre nel volto di un bambino morto nelle camere a gas. L’umanità è riconoscere suo figlio in lui. Infine, l’umanità è volerlo seppellire. Umanità è culto.


Irene Frau

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