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L’oro nero è davvero “oro” solo per pochi

Le controverse intercettazioni dell’ex ministro Guidi e l’avvicinarsi del 17 aprile, data del referendum sulle trivelle, hanno riaperto la riflessione sulla politica energetica in Italia. In realtà, il quesito referendario ha una portata piuttosto limitata: riguarda la norma che consente l’estrazione del petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste senza limiti temporali. Si tratta dunque di una piccola parte delle riserve esistenti. Spesso però viene evocato il forte valore simbolico di questa votazione, legata al tema della riqualificazione energetica verso un maggiore utilizzo delle fonti rinnovabili. Un tema affrontato alcuni mesi fa alla conferenza del clima di Parigi, nella quale quasi 200 Stati si sono impegnati a ridurre i gas serra e contenere il riscaldamento globale. Purtroppo per ora non sembra possibile escludere totalmente il petrolio, pur nella necessità di ridurlo gradualmente a favore delle energie rinnovabili.


Il nostro Paese continuerà ad avere bisogno dell’oro nero, che viene in larga parte importato dall’estero. Però, proprio in Italia, esiste un luogo definito dall’ENI “il più grande giacimento onshore dell’Europa occidentale”: la Val d’Agri, in Basilicata. In questa zona, Viggiano è il paese che beneficia maggiormente delle cosiddette royalties, le quote che le società pagano a Stato, regioni e comuni per lo sfruttamento dei pozzi. Lì si trova il centro oli più grande d’Italia. Nonostante il petrolio e i paesaggi mozzafiato, dai sassi di Matera alle dolomiti lucane, fino alla pittoresca costiera di Maratea, la Basilicata appare tutt’altro che una Dubai italiana. È una delle regioni più povere d’Italia, con un alto tasso di emigrazione, soprattutto dei giovani. In certi tratti le strade sono piene di buche e scarseggiano i collegamenti ferroviari.
Dunque che fine fanno i soldi del petrolio?
A Viggiano non sanno più come spenderli: sagre estive, arredo urbano, persino un ex sindaco del paese ammise di aver comprato dei cannoni sparaneve, sperando di rendere Viggiano una meta sciistica affacciata sul mare. Negli altri comuni della zona avviene la stessa cosa: nessun investimento e tanta spesa corrente più o meno utile. Anche a livello regionale, non esiste una vera strategia di spesa di questo denaro, che oltretutto potrebbe essere molto di più. Infatti, mentre in Italia le royalties ammontano al 10% per barile, in Norvegia arrivano persino all’80%, e vengono reinvestite nello sviluppo delle energie rinnovabili. In Italia diamo un gran bel vantaggio alle compagnie petrolifere.


Prima di decidere se votare o meno al referendum, ed eventualmente cosa votare, è necessario avere ben presente il fallimento del modello Basilicata e avere un’idea del rapporto costi-benefici dato dalla presenza delle trivelle vicino alle coste. Il costo principale è chiaramente quello ambientale, diventato ancora più dirompente con l’inchiesta sui reflui petroliferi della Val d’Agri. Al di là dei possibili illeciti, l’estrazione di petrolio non è un’attività neutrale per l’ambiente; ma potrebbe essere compensata con una buona gestione dei proventi, cosa che finora non è avvenuta. Il massimo beneficio che ha ottenuto la popolazione lucana sono stati alcuni posti di lavoro, e uno sconto sul carburante dai 30 ai 220 euro, a seconda della fascia di reddito. Davvero troppo, troppo poco.


Gloria Gattoni

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