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Mister Chocolat: un racconto sul divertire che non riesce a far sorridere

Periodo a cavallo tra '800 e '900, Francia. In un circo di provincia, Footit, un clown in disgrazia, recluta un ragazzo di colore per fare un duo comico. La coppia funziona: il bianco prende a calci il "negro" e il pubblico si diverte. I due vengono reclutati dal più importante circo di Parigi e diventano subito due stelle. Problemi, amori, gelosie e invidie, razzismo, ideologie spicciole. Parabola vera del primo showman nero.


Un racconto sul divertire che non riesce a far sorridere. La potenziale leggerezza è opacizzata da una neutra necessità di infilarci un po' tutto: flashback abbozzati, un assaggio di discriminazione, uno sfuggente mentore, un accenno di vizi e ombre, un granello di orgoglio e riscatto. Ma nulla di tutto questo viene portato a compimento. Anche con la Parigi delle luci a far da facile sfondo di giochi e contrasti, la narrazione è troppo sulle righe. L'attenzione emotiva latita. James Thierrée la spunta con sguardi di tragedia quotidiana, ma il personaggio di Omar Sy è invece troppo grossolano, doppio e ingombrante per rendersi amabile, odiabile o anche solo vero.


Non riuscendo ad avere la forza angosciosa di una storia vera, né l'eterea freschezza di molte commedie francesi, alla fine risulta tutto patinato, scontato. E anche le lacrime nel finale sembrano l'ennesima sceneggiata circense.


“Fare ciò che il pubblico non si aspetta” è una delle massime ventilate da Footit all'inizio del film. Peccato che sceneggiatore e regista non l'abbiano messa in pratica.


Cosimo Monari 

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