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Nel vuoto che c’è: l’intervista a Benzina

Nel vuoto che c’è, nuovo disco dei Benzina uscito a febbraio, è un successo. Il disco, interamente scritto, prodotto, registrato, mixato e masterizzato da Enzo Russo, è stato pubblicato il 29 febbraio 2016 per la neonata etichetta “B Music Records”. A suonare, in questo album, c’è una comunità di artisti. Sono in 15, in tutto, e sono tornati in Italia per la registrazione del disco.


Vediamo più nel dettaglio i loro nomi e i loro incarichi.
Batterie: Andrea Cannata, Alessio Sica, Antonio Esposito, Tony Eboli, Giulia Ritornello, Valerio Mirra.
Bassi: Enzo Russo, Francesco Masiello, Marco Cimmino, Valerio “fluido” Celentano, Daniele De Cario, Mars Sea Jail.
Chitarre: Enzo Russo, Antonio “principe” De Carmine, Riccardo Sabetti.
Rap su “Non ti sento”: Mariotto Mylon.
Vox, Synth, piano e programmazioni: Enzo Russo.
Dieci tracce caratterizzate da un’esplosione di forza. Canzoni esplosive, dai significati importanti e dai toni dinamici, pulsanti. Una sconvolgente ondata di verità. Un prorompente tripudio di universalità. Ritmiche potenti e chitarre taglienti, unite alla malinconia e all’intimità. Delusione, rabbia, disillusione. Motivi che rimangono impressi – forse complice la morale che veicolano.
Ci rimarcano che vince chi è forte. Chi dinanzi alle difficoltà della vita non si ferma ma va – inesorabile e impossibile da fermare come le strofe che arrivano come treni in corsa. E non importa se la strada è lunga e faticosa… non bisogna lasciare che il nemico ci divori. Bisogna resistere, per vincere.
Ci ricordano che non è tempo… non è tempo di rinunciare ai propri guai, ai propri mai. L’equilibrio viene meno, e brucia dentro – ancora una volta. Ma la storia altro non è che volere di più, più del nulla che c’è.
Ci spiegano che la finta ingenuità è un gioco sporco che danneggia tutt’intorno – perché la falsità, l’avere due facce, è sgradevole, seccante, importuno. E non serve parlare, dialogare. Si rischia di perdersi in un mare di stupidità. In un oceano di incertezza, in una galassia di immaturità.


Ci confessano che il tempo passa e, per quanto si senta il dovere di ascoltare, il dolore e l’ipocrisia di chi striscia colpisce. Ma non importa: c’è sempre un sorriso da offrire. Perché l’importante è giocare la partita – quella partita che si chiama vita –, una partita che è dura e ti sbucci le ginocchia ma partecipare è la cosa più cara che si ha. E non importa quanto si senta di dover cambiare: correggersi è una follia.
Ci confidano che restare ad aspettare – che arrivi uno scopo per amare chi non ci merita? – porta solo dolore, e accuse e inutili ragioni. Si resta soli, alla fine, e si pensa alle mani perdute e alle parole non dette.
Ci convincono di poterli immaginare quando, alla finestra a guardare fuori una pioggia sottile, sentono la tranquillità impadronirsi di sé. Le gocce cadono, e fanno dimenticare – perché, talvolta, in quei giorni dove l’aria è grigia e la pioggia ci avvolge come un mantello, è più facile perdersi. Perdersi e non pensare. Non odiare e non amare. Senza dolore né rimpianto. Senza veleno né rancore.
Ci cantano che il vento uccide e si porta via l’odore e il tempo, quando è chiaro che l’ignavia è un qualcosa di sbagliato… un atto di codardia, di vigliaccheria, di debolezza, di inettitudine. È qualcosa che porta rimpianti, e sensi di colpa, e nodi al cuore – di quelli che la notte ti fanno svegliare di soprassalto sudato e triste.
Ci suonano che si fanno sempre gli stessi errori – di quelli che si giurerebbe di non poter fare più, mai più. E che le bugie crollano dinanzi all’evidenza dei fatti. E anche che le parole – solo loro – non bastano. Mai.
Ci spiegano che una sconfitta è per sempre.
E poi ci raccontano di un amore. Lontano. Di un legame finito ma tanto forte da portare i due innamorati a cercare gli occhi dell’altro in quelli di uno sconosciuto. Il suo volto – quel volto dall’espressione inconfondibile, amata – e il suo sorriso – che tradisce una timidezza irresistibile. Di un amore che non importa con chi si sta, con chi si è… per quanto lontano tornerà alla mente. (La canzone “Lontano lontano”, testo scritto da Luigi Tenco e rivisitato in pieno stile benzina)
Benzina nasce nel 1999. Nel 2002 pubblicano il primo EP autoprodotto “benzina”; contemporaneamente iniziano un tour che li manda in giro per l’Italia. In quest’occasione dividono il palco con nomi autorevoli: R.E.M., Jamiroquai, Planet funk, Zucchero, Tricarico, Bugo.
Nel 2004 arriva In medio stat virtus, primo disco prodotto con l’etichetta romana Point of ViewRecords. Nel 2006 pubblicano “Io passo” facendo, per primi in assoluto, una cosa interessante: per arrivare a quanti più fan possibili usano il download gratuito e regalano CD durante i concerti dando, oltretutto, l’opportunità ai loro affezionati seguaci di scaricare l’intero EP dal loro sito ufficiale. Arrivano seimila download e il tour con trenta date.
Nel 2010 pubblicano Amo l’umanità con l’etichetta romana Cinico Disincanto.
Poi il cantante lascia il progetto e Enzo Russo – chitarrista, compositore e produttore artistico di Benzina – scioglie la band. Nel 2013 – dopo due anni di pausa, viaggi e concerti come chitarrista degli Spiral69 – Enzo Russo fonda la “B Music Records”, non prima di essersi rimesso a scrivere. Con questa etichetta pubblica l’album di cui abbiamo parlato poc’anzi, “Nel vuoto che c’è”.



Noi di PPOL abbiamo intervistato Enzo Russo per i fan e per tutti i lettori.

Il tuo percorso artistico. Facciamo un passo all’indietro… Potresti raccontarci i tuoi inizi?
Ho formato i Benzina, che all’epoca erano una band, nel ’99.
Da lì abbiamo fatto l’impossibile. Siamo sempre stati in tour, fermandoci pochissimo e solo per registrare e comporre altre canzoni.
Poi ci sono stati dei cambi di line up, ma ogni volta trovavo stimoli diversi per andare avanti, fino a quando sono rimasto da solo… cambiare un bassista è una cosa, cambiare un cantante, che scriveva anche i testi, un’altra. A quel punto ho mollato per un paio di anni, non volevo più scrivere canzoni… ma in fondo sapevo che era qualcosa di impossibile, faccio questo mestiere da un bel po’ di tempo e posso dire che è più facile uscire vivi dalla dipendenza da eroina che scappare dalla musica!!!

Quello che più mi spaventava era scrivere testi, perché si fa presto a prendere una penna e scrivere cose senza senso, ma io, in tutto quello che faccio, cerco di dare sempre il massimo. Specialmente dalla mia musica esigo il massimo, voglio essere soddisfatto io per primo. Anche poi cantarli, non era una cosa che mi faceva stare troppo tranquillo. Ho iniziato a studiare e, facendo il produttore artistico, sono sempre stato abituato a lavorare con musicisti e con cantanti… quelli ti danno filo da torcere… quindi non ho fatto altro che lavorare su me stesso, ho fatto quello che ho sempre fatto per altri, è stata dura, ma sono soddisfatto.
Tutto questo mi ha portato a una consapevolezza: oggi posso dire che non ho più bisogno di nessuno per esprimermi.

Come mai “Benzina”? In onore dei toni prorompenti?
Un po’ sì! Poi cercavamo un nome facile, d’impatto, che rimanesse nella testa di chi ti vedeva o sentiva anche solo per una volta e pensammo a benzina.

I testi del nuovo disco: quanto hanno di vita vissuta?
I testi racchiudono quasi 5 anni di vita, sono lo specchio delle cose che ho dentro, delle persone che ho incontrato. Spesso è molto difficile spiegare i tuoi punti di vista a chi sta dall’altra parte, delle volte è colpa tua, altre ti trovi di fronte persone che sono talmente immerse nel loro mondo che non vogliono sentire o fanno finta di non sentire o, più semplicemente, non hanno voglia di stare ad ascoltarti. Allora fai delle canzoni per non ripetere all’infinito quelle cose… diventare petulante o “combattere”, per far capire ad altri quello che vuoi dire, non è il massimo. Se un giorno ne avranno voglia, questo disco è e sarà per sempre lì per loro.




È stato difficile lavorare insieme per un gruppo così numeroso?
L’unica cosa “difficile” è stata l’organizzazione delle registrazioni. Quindici musicisti sono un bel numero, mettici poi che 4 di loro vivono e suonano negli States (due a New York, uno a Miami e uno a Los Angeles), allora sì, diventa difficile, ma sul lato artistico è stata la cosa più bella e stimolante che un produttore possa desiderare. Poi avevo già suonato con loro, sia con Benzina che in altri progetti, quindi alla fine ce l’abbiamo fatta e ci siamo divertiti come non mai!

C’è molta rabbia e disillusione… arrivano da un periodo grigio?
Sono una persona molto tranquilla e soddisfatta del viaggio che sta facendo, è ovvio che la società non ti dia motivi per essere tranquillo e felice. Ti cito Tenco: “Perché scrivi sempre cose tristi? Perché quando sono felice esco”.

Cosa dicono i fan riguardo il disco?
Sto ricevendo un bel po’ di consensi, sto facendo molte interviste in radio, dove faccio dei set acustici chitarra e voce. Le persone che seguivano Benzina erano abituate al vecchio cantante e sembra quasi che tutti apprezzino ancora di più questa totale gestione del progetto da parte mia, sono felice.

Cosa ti aspetti dal futuro?
Nel tempo ho capito che Benzina non poteva finire così, quindi ho ripreso il progetto da solo e continuerò a scrivere canzoni e fare dischi.
Ho aperto anche un’etichetta da poco e sto già producendo delle band.
Sto praticamente facendo quello che volevo fare nella vita e continuerò a farlo. È l’unica cosa che mi interessa, l’unica cosa che conta.


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