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Per Giulio Regeni solo una mezza verità

Il caso dell’omicidio del ricercatore friulano Giulio Regeni è stato, sin dai primi momenti del ritrovamento del suo cadavere, arricchito da depistaggi e ricostruzioni improbabili. Dunque non stupisce che gli investigatori egiziani non abbiano fornito ai nostri né i video delle telecamere di sorveglianza nei luoghi che Giulio frequentava, né il traffico delle celle telefoniche, né eventuali altre testimonianze o prove. L’Egitto aveva annunciato la presentazione di un dossier da duemila pagine che, in pratica, era solo un misero fascicolo con elementi già noti o irrilevanti per le indagini.


Alla ripetuta richiesta da parte italiana di mostrare i tabulati telefonici di utenti presenti nella zona in cui Giulio è scomparso, la delegazione egiziana ha invocato il diritto alla privacy dei propri cittadini. Tutto questo ha scatenato la reazione indignata dell’Italia e il richiamo dell’ambasciatore italiano in Egitto, Maurizio Massari, per consultazioni. Il ministro degli esteri Gentiloni annuncia che saranno prese anche altre misure “immediate e proporzionali” alla gravità della situazione. Potrebbe trattarsi di misure di limitazione degli scambi universitari, la segnalazione dell’Egitto come meta sconsigliata per il turismo o addirittura restrizioni negli scambi commerciali. Non bisogna infatti dimenticarsi le condizioni terribili in cui è stato trovato il corpo, segnato da lividi, coltellate, percosse, bruciature, torture di vario genere che si sono perpetrate per diversi giorni o forse anche una settimana.
È evidente quanto la dinamica dell’omicidio sia incompatibile con l’incidente stradale – la prima versione fornita dal Cairo – o con l’aggressione da parte di una banda di rapinatori. Questa pista è tuttora perseguita dagli inquirenti egiziani, che sostengono di aver ucciso in un blitz tutti i sospettati. Una tale ferocia può essere invece giustificata solo con l’omicidio politico, con la volontà di liberarsi di un ricercatore occidentale scomodo, vicino ai sindacati e all’opposizione laica egiziana.
Amnesty International denuncia che le torture subite dal nostro connazionale sono state condotte anche su altre centinaia di dissidenti in Egitto. Seguendo la pista dell’omicidio politico, ciò che però non risulta chiaro è il perché il corpo non sia stato fatto sparire, anzi è stato ritrovato con una tempistica piuttosto sospetta: proprio in concomitanza con la visita di una delegazione italiana di imprenditori al Cairo, insieme all’allora ministro Guidi. Il presidente egiziano Al Sisi, infatti, in un’intervista a La Repubblica, ha sottolineato questa coincidenza, sostenendo che dietro la morte di Giulio ci sia qualcuno che trama contro il suo governo e contro lo sviluppo economico dell’Egitto. Però, se davvero Al Sisi fosse interessato alla scoperta della verità, non si spiegherebbero i depistaggi e l’alternanza di versioni improbabili, offensive per il nostro Paese e per i familiari di Giulio.


La verità probabilmente è da ricercare nella situazione caotica del Paese, frustrato dal fallimento della primavera araba e dell’elezione democratica di Mohamed Morsi, che ha condotto al golpe di Al Sisi. Alcune frange della polizia e dell’esercito sono fuori controllo, mentre il malcontento popolare è crescente. Il caso di Giulio Regeni riporta alla mente quello del giovane Khaled Said del 2010, brutalmente ucciso dalla polizia egiziana. Da lì iniziò la rivolta contro Mubarak e la sua destituzione, ed è probabilmente proprio quello che il presidente egiziano teme. Che la responsabilità sia di persone vicine ad Al Sisi – che potrebbero aver inizialmente sottovalutato le conseguenze diplomatiche di questa vicenda – o di suoi oppositori, si potrà probabilmente giungere solo ad una mezza verità. Una verità piena, qualunque essa sia, metterebbe a rischio la sopravvivenza del regime, perché ne certificherebbe la debolezza. Nel Nord Africa, sospeso tra l’illusione della primavera araba e il terrorismo dentro e fuori i propri confini, la debolezza è un lusso che forse Al Sisi non si può permettere.


Gloria Gattoni

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