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Basilicata, scarti di idrocarburi smaltiti come acque reflue

Rifiuti tossici smaltiti come acque reflue. Incredibile, ma vero. Questo è quanto accadeva in Lucania nel Centro Olio Eni di Viggiano secondo l’indagine del Nucleo Operativo Ecologico (NOE) dei carabinieri che ha portato ai domiciliari l’ex sindaco di Corleto Perticara, Rosaria Vicino, e cinque dipendenti dell’Eni.


Dalle analisi riportate nell’ordinanza di custodia cautelare emerge che enormi quantità di acqua mista a veleni tossici venivano quotidianamente riversate nel terreno, mentre i cosiddetti “eventi torcia”, ovvero enormi fiammate contenenti esalazioni tossiche, spruzzavano ripetutamente i gas veleniferi nell’aria. Tutto, secondo la procura di Potenza, “con la consapevolezza dell’Eni e con la disattenzione dell’Arpa regionale e dell’assessorato all’Ambiente”. Se la perizia epidemiologica, appena iniziata sul Centro Olio di Viggiano, sul Tecnoparco e sugli impianti di Valbasento, lo confermano, l’accusa formalizzata alla società sarà quella di disastro ambientale.
“Lo stato di qualità dell’ambiente, studiato e monitorato in tutte le sue matrici circostanti il Centro Olio, è ottimo secondo gli standard normativi vigenti” – afferma l’Eni, contestando le accuse. Resta il fatto che, secondo il NOE, la quantità di acque miste a veleni riversate nel terreno sono state pari a 854.101 tonnellate soltanto tra il settembre 2013 ed il settembre 2014, con l’unico obiettivo di risparmiare. Certo, perché lo smaltimento di rifiuti tossici speciali avrebbe comportato costi notevoli, che la società è riuscita prontamente a raggirare cambiando il codice di smaltimento e spendendo esattamente quanto basta a smaltire le acque reflue, realizzando profitti che, secondo i pm, si aggirano tra i 44.284.071 e i 114.216.971 milioni di euro. Cifre da capogiro, a danno soprattutto dell’ambiente e della qualità di vita. A ciò, si aggiungevano le fiammate, attribuibili, secondo quanto emerge dalle intercettazioni, al “malfunzionamento degli impianti” che, tra l’altro, avevano già mandato gli operai avvelenati al pronto soccorso. Oltre i limiti di emissione sono stati registrati i NOx (ossidi di azoto) e l’SO2 (ossidi di zolfo), gas responsabili delle piogge acide.



Il caso: il poliziotto Giuseppe Di Bello punito per avere denunciato i reati
Che i rifiuti di scarto dell’olio nero estratto in decine di pozzi sulle colline della Val d’Agri non venissero trattati come rifiuti pericolosi era già stato segnalato nel 2014 dal poliziotto Giuseppe Di Bello. I pesci del lago Pertusillo, una delle più grandi risorse d’acqua per l’irrigazione di Puglia e Basilicata, morivano a migliaia, ma ciò veniva giustificato con il caldo e l’aumento delle temperature. Il poliziotto però non ci credeva e si ostinò a mostrare analisi in cui i livelli di idrocarburi erano molto al di sopra dei limiti. Per contro, si beccò una denuncia per procurato allarme, poi trasformata in rivelazione di segreto d’ufficio, e, dopo essere stato temporaneamente sospeso, finì a fare la guardia in un museo d’arte folcloristica, mentre le esalazioni di zolfo idrogenato continuavano senza sosta.


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