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Alphonse Mucha in mostra al Vittoriano. Un viaggio nelle atmosfere dell'Art Nouveau

Parigi, 1884. 
Nella capitale francese impazza la Belle Époque: eleganza, opulenza e lusso vengono declinati in ogni ambiente fino a rasentare l’eccesso. La ricca borghesia parigina si scontra con il mondo notturno dei café: con i musicisti squattrinati, i bohémien, le ballerine, le attrici di teatro e gli artisti di strada. È la Parigi di Baudelaire, di Apollinaire e Verlaine, ma anche e soprattutto la Parigi di tutti quegli artisti ( o pseudo tali) che lì ci arrivano un po’ da tutta Europa con le valige piene di sogni e speranze ma spesso con le tasche vuote, desiderosi di cercare fortuna e successo. Tra di loro c’è anche Alfons Mucha  o come lo chiameranno i francesi, Alphonse, nato in una cittadina della Moravia, classe 1860. A Parigi tenta – senza particolare successo -  di sbarcare il lunario finché il caso o quella fortuna tanto cercata dagli artisti, non bussa alla porta del suo studio a Montparnasse che divide con Gauguin.
Alla Vigilia di Natale di quell’anno gli viene affidato il compito di disegnare il manifesto pubblicitario per la rappresentazione teatrale della Gismonda, con protagonista Sarah Bernhardt, famosa attrice di teatro. In appena una settimana, compone il manifesto e lo porta in visione allo stampatore, che però lo accoglie freddamente e gli consiglia addirittura di non farlo vedere alla Bernhardt, che aveva già precedentemente bocciato tutti gli altri disegnatori. L’artista infatti l’aveva rappresentata come mai nessuno aveva fatto, sviluppando il manifesto in verticale in modo che la figura dell’attrice, quasi a grandezza naturale, si ergesse come una divinità. I lunghi capelli biondi sono lasciati scendere morbidamente, acconciati con fiori che le cingono il capo. I tratti del viso sono delicati, mentre lo sguardo è rivolto verso l’alto a rimirare il titolo dell’opera. Il corpo è morbidamente fasciato da un abito lunghissimo; le spalle sono incorniciate da una stola con intarsi dorati che lei si accarezza languidamente con la mano sinistra.  



Quando Sarah lo vede, invita personalmente Mucha nel suo boudoir. Non appena entra, lei si alza, gli corre incontro e gli dice “Signor Mucha, lei mi ha reso immortale!”. È l’inizio del successo: la Gismonda fu un trionfo e l’attrice non volle essere ritratta da nessuno al di fuori di Mucha per i successivi sei anni. Il suo stile inconfondibile gli darà un posto d’onore all’interno della corrente artistica dell’Art Nouveau . Le sue donne vengono sublimate in stagioni, ore, stelle e pietre preziose. Le rappresenta quasi sempre verticalmente, creando un particolarissimo colpo d’occhio. Le inserisce all’interno di ambienti naturali selvaggi, incorniciandole con fiori e aureole di mosaico in modo tale da farle sembrare quasi creature magiche o mitologiche. Sono sensuali le donne di Mucha, esotiche, ma sono anche languide. Eteree, eleganti e mai volgari.
Artista eclettico e camaleontico, si muove perfettamente tra pitture e cartellonistica pubblicitaria ( sue le campagne  dello champagne Moët&Chandon, della cioccolata Suchard e del latte Nestlé, tanto per fare alcuni esempi) passando per il packaging di prodotti dolciari e di oreficeria. Durante uno dei suoi viaggi negli Stati Uniti i mass media lo esaltarono come il più grande artista decorativo del mondo. All’apice della sua carriera, nel 1900 riceve l’invito per l’Esposizione Universale di quell’anno, dove progetta il Padiglione dell’Uomo, una delle attrazioni principali. In seguito però, grazie anche ai lavori effettuati per il padiglione bosniaco inizierà a dedicarsi al lavoro della vita, l’Epopea Slava, opera colossale di venti tele (6x8 mt) per raccontare i principali avvenimenti della storia slava. Ancora oggi purtroppo, l’opera continua ad incontrare difficoltà nella collocazione, anche a causa delle dimensioni eccessive. 


La mostra Alfonse Mucha, genio dell’Art Noveau , allestita presso il Complesso del Vittoriano, è patrocinata da Roma Capitale e dalla Regione Lazio, mentre la produzione si deve ad Arthemisia Group che ha collaborato con la Fondazione Mucha. La curatrice Tomoko Sato ha cercato di “riassumere” la produzione di Mucha raccogliendo circa 200 opere tra dipinti, manifesti, disegni preparatori, bozzetti, oggetti e gioielli per ripercorre il cammino artistico dell’artista. Il percorso della mostra è ben impostato e la scenografia è ricca di dettagli che incorniciano in maniera discreta le sue opere, impostate anche dal punto di vista visivo e delle luci in modo tale da “sorprendere” lo spettatore quasi come ci trovassimo ancora nella Parigi di fine Ottocento, quando passeggiando per le strade o entrando nella Boutique Fouquet ci si poteva trovare davanti ad un’opera di Mucha. Camminando lungo questi corridoi, cullati dalla lievissima musica di sottofondo di una cosa si ci rende immediatamente conto: Sarah Bernhardt si sbagliava. Mucha non aveva reso immortale solo lei, ma se stesso.

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