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Femminicidio: d'amore si muore

Sara di Pietrantonio, romana, 22 anni, studentessa di Economia. 
Manca qualcosa. Riproviamo. 
Sara di Pietrantonio, romana, 22 anni, studentessa di economia. CINQUANTACINQUE.

Ecco, ora ci siamo. Cinquantacinque è un numero che Sara non avrebbe dovuto occupare e come lei le restanti cinquantaquattro. Tante sono state infatti, dall’inizio del 2016, le donne vittime di femminicidio. Sara è stata vittima del suo fidanzato, il 27enne Vincenzo Paduano, che l’altra notte l’ha inseguita con l’auto, l’ha obbligata a fermarsi tamponandola, le ha versato addosso l’alcol e quando lei ha tentato di scappare, l’ha inseguita ancora e le ha dato fuoco.




È difficile in momenti come questi, ma bisogna fare una premessa. Una di quelle banali, ma proprio per questo necessaria: così come esistono persone buone e cattive (uomo o donna che siano) allo stesso modo non tutti gli uomini sono violenti. Fare di tutta l’erba un fascio sarebbe un gravissimo errore. Ma se un uomo ti uccide perché sei femmina, ecco allora non è solo un assassino, ma un femminicida. Cosa cambia, direte voi? Cambia eccome. Cambiano i modi e i tempi innanzitutto – è stato stimato che l’80% dei femminicidi non sia frutto di raptus, ma siano gesti organizzati in maniera fredda e puntuale, soprattutto dal punto di vista delle armi da utilizzare, che quasi sempre tendono a sfigurare la vittima, come per darle un’ultima e ulteriore punizione – ma cambia soprattutto il movente. 




Il femminicida ti uccide perché sei femmina: perché sei sua e basta, perché gli piaci troppo o non gli piaci abbastanza. Perché “Basta sei noiosa, non ripetermi sempre le solite cose”, perché sei troppo gelosa, perché è convinto che tu lo tradisca – anche se poi lui magari può farlo e devi stare comunque zitta e far finta di non vederlo - , perché se oggi è arrabbiato, vuole sfogarsi su di te e darti un paio di schiaffi devi stare zitta e sopportare, perché sei una stupida ché “Dove vai, non hai nemmeno un lavoro?” oppure “Ma chi credi che sia capace di starti accanto se non io?”. Perché chi credi che mantenga la famiglia, perché se stasera ha alzato il gomito e vuole avere rapporti non importa se non hai voglia, perché hai bruciato la cena e domani sarà troppo salata o troppo sapida, perché a lavoro non ci vai più che “ è pieno di uomini che ti guardano il sedere”. Perché… Perché… Perché… dieci, cento, mille altri motivi inesistenti per cui un uomo si sente superiore su una donna a tal punto da poter scegliere se deve vivere o meno. 
Un uomo ad un certo punto decide che quella donna “la ama” troppo. E quindi stop, o è la sua o di nessun altro. E se è la sua deve essere come dice lui. Omicidio e amore sono un ossimoro eppure mai come nei casi di femminicidio sono legati da un doppio filo conduttore. È un amore di quelli lontani dai libri, dalle canzoni romantiche, dalle belle parole che vengono spese riguardo l’argomento. È un amore totalizzante fino ad essere patologico. Un amore cieco. Malato. Un amore che ti fa perdere completamente il lume della ragione. È un amore, che amore non è. 
Non ci pensi mai che qualcuno arriverà ad ucciderti solo perché sei donna e un giorno o l’altro sarai il prossimo numero ad allungare una lista di sangue. Sarai la prossima vittima di femminicidio. La prossima a cui verranno portati fiori e biglietti sul luogo dove ti ha trucidato o davanti casa tua. Sarai la prossima fotografia di una bella ragazza sorridente e spensierata a scorrere nei servizi dei telegiornali con in sottofondo l’ultima canzone di Adele. Sarai la prossima da strumentalizzare da parte di questa o quella fazione politica per discutere di pacchetti sicurezza, emendamenti, provvedimenti e tutta un’altra serie di paroloni che avranno la stessa utilità di un paio di sci nel Deserto del Sahara. La prossima con cui le persone comuni, io per prima, si riempiranno la bocca di banalità dettate dalla rabbia, dal perbenismo e purtroppo alcune volte, dall’ignoranza. 
Perché innanzitutto, il femminicidio è figlio dell’ignoranza. E non c’entra nulla l’ignoranza scolastica, ma bisogna scavare ancora più a fondo, là dove si costruisce l’educazione e la coscienza di una persona. Il femminicidio si combatte con l’educazione al rispetto. Si combatte con il dialogo, con la tolleranza, con l’apertura mentale. Si combatte condannando i commenti maschilisti, anche quando sembrano apparentemente di poco conto. Si combatte allontanandosi da un uomo che alza le mani perché anche se ti ha detto che non lo farà più è solo questione di tempo. Si combatte denunciando. Sempre. Si combatte con la solidarietà, ma non solo quella apparente, quella della condivisione di un paio di frasette, link e “fotine” su Facebook. Ma la solidarietà vera, in primis quella tra donne. Siamo noi per prime che ci manchiamo di rispetto con un commentino acido, una cattiveria o un bel “puttana” piazzato qua e là a coloro che proprio non ci vanno giù. 
Parlando di solidarietà e tornando al caso di Sara, secondo le prime indiscrezioni della Procura di Roma, le telecamere presenti nella zona hanno inquadrato almeno un paio di automobili che passando in quel punto e notando l’auto tamponata, non hanno accostato. Se qualcuno si fosse fermato, Sara sarebbe ancora viva. Un po’ come con Sliding Doors, quel vecchio film con Gwyneth Paltrow. Invece Sara, ventidue anni, bella, bionda, con il sorriso allegro, piena di sogni, speranze e aspirazioni è finita carbonizzata dietro un cespuglio in un tratto di via della Magliana a Roma. A braccia aperte, con la camicetta sbottonata perché se uno è un mostro lo è fino alla fine. 
L’ha trovata sua madre, a lei l’ultimo messaggio: “Sto tornando a casa”. Invece è diventata la numero cinquantacinque

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