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I ‘Tormenti e Incanti’ di Antonio Ligabue (1899-1965): La pittura del vero naif in mostra a Palermo

Dopo lo straordinario successo della mostra ‘Via Crucis, La Pasiòn de Cristo’ di Fernando Botero al Palazzo Reale di Palermo, dal 19 marzo al 31 agosto 2016 lo stesso spazio ospiterà le tele di Antonio Ligabue. L’esposizione, promossa dalla Fondazione Federico II di Palermo e dalla Fondazione Museo Antonio Ligabue di Gualtieri, curata dal Professor Sandro Parmiggiani, direttore di Palazzo Magnani e direttore della Fondazione Museo Antonio Ligabue di Gualtieri, con l’organizzazione generale di C.O.R. (creare-organizzare-realizzare). 



La mostra propone ottanta opere in cui pochi temi sempre ripetuti e rinnovati fungono da sunto dell’arte novecentesca. Il percorso biografico e artistico del pittore viene suddiviso in tre periodi principali. 

Il primo (1928-1939) in cui si ammirano opere d’esordio segnate da incertezze grafiche e coloristiche. L’impianto dell’opera è semplice, spesso si concentra su un’unica immagine centrale, a cui aggiunge pochissima vegetazione abbellita da pennellate flebili azzurre per delineare il cielo. Il colore è tenue, quasi soffuso, spesso imbevuto da acquaragia per via dei materiali da lui utilizzati (tavole di compensato o di faesite) che riducono gli spessori cromatici. I colori preferiti dall’artista sono i verdi (in particolar modo lo smeraldo), come ‘Caccia grossa’ (1929), i bruni (dai quali ricava tonalità cupe, spesso grigiastre) vedi ‘Corrida’ (1931-1932), il giallo e il blu cobalto; poche sono le colorazioni brillanti, come il rosso un esempio su tutti è ‘Tacchini con paesaggio’(1934-1935), e parsimoniose sono le colorazioni che rievocano la terra esempio lampante ‘Alci nella savana’ (1931-1932). I contorni dei soggetti raffigurati sembrano quasi non esistere (vedi ‘Leone con leonessa’,1932), non c’è alcun segno di contrasto che possa circoscrivere la forma, caratteristica che accomuna tutte le tele. L’ottica artistica è quasi ‘primitiva’ anche se staticità e sensibilità inventiva emergerà nei due capolavori ‘Caccia grossa’, in cui l’artista si auto-raffigura nella foresta alle spalle di una ragazza di colore, e ‘Leopardo che assale un cigno’. 

Il secondo periodo (1939 – 1952) la pittura di Ligabue va verso uno stile, come testimonia la qualità estetica, che segna il colore e le forme sempre più complesse e spesso dinamiche. Il colore, caratterizzato da tonalità finalmente calde e vivide, si impreziosisce da una materia brillante – caratteristica intrinseca dell’artista – che con la superficie del dipinto presenta una sorta di bassorilievo di colori (spesso è possibile scrutare dei filamenti e accumulazioni di colore). Ligabue, affascinato dal dinamismo cromatico e dalle sue superfici e stratificazioni, sovrappone profondità e variazioni dello stesso colore. Prospettiva, aspetto grafico e profondità acquistano un equilibrio dettato dalla maturità artistica. Il disegno è finalmente deciso, senza indecisioni, e ricerca una rifinitura quasi analitica nelle immagini, come in Tigre Reale - eseguito durante il ricovero all’ospedale psichiatrico “San Lazzaro” di Reggio Emilia – che è considerato dalla critica il manifesto di questa nuova stagione pittorica. In questa fase della sua vita, Ligabue cerca di risaltare l’aggressività degli animali e la loro lotta per la sopravvivenza esasperando in ogni tela l’espressività e il portamento degli animali esotici da lui tanto apprezzati. I tormenti dell’esistenza umana sono qui rappresentati in opere come ‘Leopardo’ (1940-1941), lo scenografico ‘Leopardo con cielo al tramonto’ (1940-1942), l’odisseica ‘Traversata della Siberia’ (1948-1950) ricca di sfumature fredde, il western tutto all’italiana dei ‘Cavalli imbizzarriti’ (1948-1950), le scene di vita quotidiana bucolica nella ‘Fattoria con animali’ (1943-1944) o nella deliziosa ‘Aia con chiesetta’ (1944), è possibile imbattersi nelle cupe fatiche della ‘Aratura’ (1944-1945) o scrutare una ‘Volpe in fuga con gallo in bocca’ (1943-1944), straordinaria è l’eleganza della ‘Aquila con volpe’ (1949-1950), mentre ricche di pathos sono i quadri che raffigurano il ‘Leone con serpente’ (1942-1943) o il ‘Giaguaro con gazzella e serpente’ (1948), la ‘Tigre reale’ (1941) lascia lo spettatore senza fiato per via del realismo mostrato dal pittore. 

La terza fase (1952-1962) vede una produzione pittorica copiosa, specialmente negli ultimi anni della sua vita dato che la sua fama si stava diffondendo non solo nella bassa reggiana. Assistiamo a una discontinuità della qualità delle sue opere per via delle pressioni di una committenza che sfruttava ciò che si annunciava essere un successo inevitabile. Tutto questo costrinse Ligabue a ritmi di lavoro stancanti, intensi e di sovente troppo prolungati. Le tele di questa area raccolgono dipinti che non ricorrono più al disegno di fondo, che avrebbe potuto aiutarlo a una prima visualizzazione dell’impianto grafico, bensì preferisce passare direttamente alla stesura del colore del cielo. I colori che utilizza sono le elegantissime terre di Siena, rossa e naturale, il bruno Van Dyck, il giallo limone che spesso mischiato al Blu di Prussia darà vita ad una sinfonia verdastra intenza, il rosso carminio e l’attenuatore bianco di zinco. Assistiamo a una sintesi dell’insieme del soggetto che si sofferma sulla rifinitura, l’incanto decorativo incorniciato in poco spazio e agio. Il soggetto centrale collocato sempre in primo piano del quadro assume la grande espressività che comunica emozioni e sentimenti. Basterebbe pensare all’insistita raffigurazione della sua immagine nei cinque autoritratti, che ricordano moltissimo Van Gogh, in particolar modo l’Autoritratto con berretto da motociclista, un profilo a tre quarti colmo di tristezza e di rassegnazione, e sullo sfondo la bellezza dei luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza. Gli Autoritratti - realizzati dal 1955 al 1957 – mostrano un pittore maturo che si avvia verso la vecchiaia, gli occhi infossati e spenti sono il focus della tela assieme dai particolari paesaggistici che mutano ad ogni self-potrait. Interessanti sono le tele che presentano paesaggi orientali ricchi di gusto savage vedi la trilogia ‘Leopardo nella foresta’ (1956-1957), ‘Leopardo con serpente’ (1958-1959) e ‘Leopardo con antilope’, decisamente più vicini a noi sono animali bucolici come ‘Cavalli’, le ‘Mucche al pascolo’(1955-1956) e le ‘Aquile con colombo’ (1960-1961). Densa di mistero è l’oscura e delineata ‘Vedova nera con volatile’ (1955-1956) mentre libero e pronto per spiccare il volo è il ‘Rapace’ (1953-1955). Dal sapore romantico, quasi bohémien, sono le opere che raffigurano personaggi, costruzioni architettoniche, cavalli e mezzi di trasporto come ‘Carrozza con cavalli e paesaggio svizzero’ (1956-1957), il ‘Postiglione’ (1957), la eco medioevale e ottocentesca di ‘Diligenza con castello’ (1957-1958), il dinamismo e le premure della ‘Diligenza con paesaggio e Villa Casanova Rambelli’ (1953-1954), per poi passare al riposo del ‘Pascolo’ (1954-1955) al tramonto del ‘Paesaggio con animali’ (1955-1956), al meriggio dei ‘Cani da caccia con paesaggio’ (1956-1957), alla promenade solitaria del ‘Cane setter’ (1955-1957) scrutato timidamente dal ‘Autoritratto con farfalla’ (1956-1957), per poi passare al geniale dipinto dentro al dipinto in ‘Autoritratto con moto, cavalletto e paesaggio’ (1953-1954) in compagnia dell’adorato setter. Straordinari sono i quattordici schizzi raccolti in uno spazio apposito nel quale ritroviamo tre dei suoi autoritratti e la straziante passione trasformata a colori in ‘Crocifissione’(1960). Estremamente vividi e vibranti sono le ultime fatiche conservate all’interno della mostra ‘Tavolo con vaso di fiori’ (1956), ‘Pesci rossi’, ‘Lotta di galli’ (1958-1959). Deliziosa è l’astuzia del ‘Gatto con topo’ (1956-1957) e il languore dello ‘Scoiattolo’ (1960-1962) e la melanconia del ‘Coniglio’(1957-1958). Il lancio della ‘Lepre con scoiattolo’ fa compagnia alla teatralità del ‘Gorilla con donna’ (1957-1958) che chiude l’esposizione. Un gioiello, forse troppo poco osservato per via delle scarse dimensioni 26,5x29,5 cm, è la ‘Notte dei corvi’ introspettiva e veritiera metafora reale degli incanti e tormenti del pittore svizzero. 

A chiudere questo viaggio artistico viscerale il visitatore può guardare il film-documentario ‘Il vero naif’ (1962) di Raffaele Andreazzi https://www.youtube.com/watch?v=12rsTP3rWzM, trasmesso nel 1977 da Rai3, in cui viene condensata la sua vita in una delle massime più intense da lui dichiarate


“Io sono un grande artista, la gente non mi comprende, ma un giorno i miei quadri costeranno tanti soldi e allora tutti capiranno chi veramente era Antonio Ligabue”.

Maria Carola Leone



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