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Il peccato originale de “Le confessioni”, l’ultimo film di Roberto Andò

Per chi non ha amato Youth, le ambientazioni a mo’ de La montagna incantata rischiano di provocare un prurito che condiziona inevitabilmente la visione di un film come Le confessioni. Un pregiudizio difficile da gestire se non è l’unico richiamo marcatamente sorrentiniano, tant’è che il protagonista è nientemeno che Toni Servillo.
Al di là dei preconcetti che qualcuno potrà aver avuto, è la sceneggiatura ad attirare l’attenzione: il presidente del Fondo Monetario Internazionale Daniel Roché (Daniel Auteuil) convoca in un blindatissimo e lussuoso resort i ministri dell’economia delle maggiori democrazie industriali più una scrittrice, alter ego della Rowling, una rockstar non meglio identificata e un monaco certosino (Toni Servillo). Sembra l’inizio di una barzelletta eppure, tralasciando il come e concentrandosi per un attimo sulle intenzioni di Roberto Andò, è lodevole il tentativo di parlare per una volta di economia non come gioco d’azzardo (si veda La grande scommessa e The wolf of Wall Street) ma come un modo di approcciarsi all’esistenza. La pietra di paragone è il monaco certosino che del digiuno, della povertà e del silenzio ha fatto le sue uniche vesti.


Date le premesse, le strade a questo punto potevano essere due: o Le confessioni è un film interessante o è semplicemente ridicolo.
Partiamo dal presupposto che il film si intitola come l’opera di Sant’Agostino d'Ippona che, prima di convertirsi, ha avuto “il piacere” di conoscere le debolezze della carne, esattamente come il monaco interpretato da Toni Servillo, Roberto Salus. L’altra premessa è che Le confessioni, sia il saggio che il film, gravitano attorno al tema del Tempo inteso come tempo dell’uomo, vissuto dall’uomo e pensato dall’uomo.


Ora, così contestualizzato, se l’uomo economista che dice di creare il futuro abbia bisogno di confrontarsi con l’uomo monaco che invece gli risponde “il tempo non esiste se non come estensione dell’anima”, il discorso fila. Nel complesso, non può che essere intrigante l’idea di discutere del tempo in un ambientazione sospesa e incontaminata, lasciando che a parlarne siano un monaco che ha fatto il voto del silenzio e il presidente del Fondo Monetario Internazionale morto suicida (arrestando il suo tempo) all’inizio del film.
Intrigante potrebbe essere anche il parallelo evidente tra il panorama politico globale e Papa Francesco, sia per i credenti che per i non credenti, unico faro nella nebbia.
Il problema dell’ultimo film di Roberto Andò è la superficialità con cui ha sorvolato dettagli fondamentali per un film così ambizioso. Un esempio valido per tutti è la cura dei dialoghi. Ogni attore, chi più chi meno caratterizzato, non parla bensì enuncia, compromettendo l’atmosfera sospesa, passando dall’asettico funzionale all’astrattismo forzato.


Un altro aspetto è dato da come è stato composto il dialogo tra uomini d’affari e il monaco certosino, completamente sconclusionato e ripetitivo di una meccanica tale per cui loro lo interrogano, lo incalzano, lo perseguitano e lui resta totalmente imperturbabile, come da parabola. È facile da comprendere come alla terza delle sette volte (come minimo) in cui questo meccanismo si reitera identico, l’effetto ottenuto è quello di snervare il pubblico anziché renderlo partecipe del mondo costruito in quell’albergo distaccato dal reale.
Eppure sarebbe bastato poco per non rendere retoriche le inquadrature (Servillo è spesso in controluce rispetto al lume di una fumosa candela), per esaltare le musiche di Piovani che accompagnano la visione del film, per non cadere nella trappola di un intellettualità ostentata e vuota.
Per tutti questi motivi, Le confessioni è un film interessante ma non abbastanza perché, a volte, è semplicemente ridicolo.


Irene Frau

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