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La fiaba popolare, il racconto demo-antropologico che allieta le generazioni di tutti i tempi

Credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire a educare la mente. La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo. (Gianni Rodari)


Il XIX secolo vede la successione di guerre napoleoniche, da un lato, con una successiva Restaurazione da parte dei maggiori governi assolutistici monarchici. Questo è un periodo di gravissime tensioni e lotte politiche in cui vari intellettuali si schierarono forzatamente a un potere laico e anarchico o verso un Ancien Régime. Da sfondo a tutto ciò vi è l’espansione e la fioritura della rivoluzione industriale delle maggiori potenze europee con conseguente nascita del nuovo ceto sociale: la borghesia. La neonata categoria socio-economica diventa portavoce dei concetti umani romantici in cui si mostra la valorizzazione dell’individuo a stretto contatto con la natura. I sentimenti, i pensieri, le emozioni sono i caratteri specifici individuali dei lavori letterali non tradizionali sia nella poesia che nella prosa. 



L’originalità e lo sviluppo di nuovi generi vede l’emergere di nuove priorità culturali, l’arte e la narrativa popolare (in particolar modo l’epica medievale) e la rinascita della novella perpetuata dalla stesura di molteplici romanzi che spesso, sotto forma di feuilletons, erano pubblicati a ‘puntate’ nelle riviste e nelle testate giornalistiche più importanti in apposite appendici. Per il suo aspetto fantastico e apparentemente lontano dalla realtà, la fiaba trova in Europa una lunga tradizione orale spesso studiata dalle scienze demo-antropologiche. Tra gli scrittori più importanti ricordiamo Giambattista Basile, il primo che ha utilizzato questo tipo di narrativa popolare, seguito da Charles Perrault (Francia), i notissimi Fratelli Grimm (Germania) i cui racconti sono stati omaggiati dalla Walt Disney, e ancora un inedito Italo Calvino e il russo Aleksandr Afanas’ev. 
Per il suo carattere diretto, la fiaba è stata tramandata oralmente per lunghissime generazioni creando spesso dei simpatici ibridismi tra una storia e un’altra. La peculiarità è di raccontare le esistenze della gente più umile afflitta da mille paure e preoccupazioni però con la voglia di immaginare le fantastiche vite dei potenti e dei re raccontate attorno al focolare o in campi agresti. Ogni fiaba, secondo lo schema di Propp, presenta un leit-motiv: l’indeterminatezza dei personaggi, remoti e spesso mai nominati, l’inverosimiglianza e l’utilizzo di magia che rende antropomorfo anche un concetto astratto (come il bene e il male), il manicheismo morale spesso raffigurato da una figura positiva e una negativa, la ripetizione di formule magiche, un lieto fine e la parte più importante rivestita dall’aspetto didattico-morale che sottolinea il rispetto verso gli altri e verso le istituzioni. L’utilizzo del linguaggio semplice, a volte anche sgrammaticato, e di alcune ripetizioni come ‘cammina, cammina’ oppure ‘c’era una volta’ risultano necessarie per l’apertura e la chiusura del racconto che serve a memorizzare la storia. Altrettanto importante è l’aspetto temporale, che risulta astorico e irregolare, simile e analogo al sogno in cui predominano sempre romanticismo e discendenti delle famiglie ‘sangue blu’. La fiaba è un tempo unico in cui fantasia e creatività trasportano il bambino in una dimensione personale: la sua infanzia. 

Per via delle caratteristiche narrative e stilistiche, la fiaba e lo sviluppo del suo racconto sono state oggetto di numerosi studi già dagli inizi del 1900. Dal corpus di 156 fiabe popolari dei due fratelli Wilhelm e Jacob Grimm all’indianista Theodor Benfey che affermava la teoria secondo la quale questi racconti, come per Le mille e una notte, siano nate come miti in India e trasferite successivamente in Occidente, questa strada ‘letteraria’ è stata apprezzata fin dalla metà dell’ottocento.
È curioso come, a partire dalla seconda metà dell’ottocento, grazie all’antropologia si sia affermata l’idea che ogni essere umano – indipendentemente dall’etnia di appartenenza – possegga la medesima struttura psicologica con differenze soltanto culturali e questo aspetto si riversa anche sul folklore di appartenenza e sulle tradizioni raccontate dai personaggi dell’epilogo. Seguendo il filone degli studi psicologici, addirittura Sigmund Freud nel 1900 all’interno de L’interpretazione dei sogni spiega alcuni aspetti catartici dell’infanzia ricorrendo spesso alla fiaba come punto d’inizio per la spiegazione della teoria psicanalitica. Un altro maestro che si è dedicato allo studio della fiaba utilizzando come metodologia quella psicologica è Carl Gustav Jung il quale sostiene quanto ogni essere umano desidera sviluppare le sue potenzialità e che a questo scopo l’inconscio e la coscienza devono cooperare. Queste modalità di relazione sono chiamate ‘archetipi’ nonché comportamenti. 
Un altro esponente è il siciliano Luigi Capuana il quale nome viene spesso associato a quello di Verga e di De Roberto per via del verismo. Forse non tutti sanno che Capuana abbia scritto un libro di fiabe spesso in continuo cambiamento con una inventio nascosta che non consente una datazione precisa. La voce narrante si identifica infatti in quella del vecchio cantastorie di paese o del nonno che intrattiene i nipotini. Il narratore è la metafora della metamorfosi dello scrittore, vedi una lingua condita da diminuitivi, espressioni enfatiche, enumerazioni di aggettivi e dislocazioni. Capuana si trasforma in un racconta-fiabe tradizionale che recupera atmosfere realistiche e paesane – il mercato, le bancarelle, il caos e i mille colori, facendole diventare il palcoscenico di un poema quasi cavalleresco. La narrativa capuanesca si può ricondurre in due tipologie: una fiabesca e una di racconti legati alla vita paesana della Sicilia, un esempio può essere Scurpiddu (1898), e la precedente C’era una volta…(1882) pubblicati sul Giornale per i bambini
La narrativa per ragazzi, da sempre sottovalutata, durante il secolo scorso è stata ripresa e apprezzata da intellettuali come Collodi e De Amicis rendendola uno dei best-sellers più letti e acquistati in Italia.



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