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Una vita a colori: l’ARC a difesa dell’amore come diritto di tutti

L’amore è svegliarsi l’uno accanto all’altro e sorridere – nonostante le occhiaie, la faccia distrutta, il trucco colato. L’amore è decidere di intrecciare le gambe a quelle di un’altra persona la domenica sera, sul divano e con davanti un pacchetto di patatine, quando il sole tramonta e non rimane altro che l’aspettare il nuovo giorno. L’amore è sopportarsi e supportarsi. L’amore è litigare – persino con foga – anche solo per poi fare pace – quel dolce far pace che sa di speranza, passione e compromesso. L’amore è “Sei bellissima” quando hai passato una giornata d’inferno e il tuo viso lo reca scritto in caratteri cubitali. L’amore è “Stai con me sempre” ma anche “Oggi lasciami in pace”. L’amore è pensare “Ora me ne vado” e invece, poi, restare sempre… perché, nonostante i problemi, le idee diverse e gli sbattimenti di testa non si può proprio immaginare una vita separati. L’amore è romantico, crudo, dolce… ma sa essere spietato e crudele. L’amore è tutto questo e molto altro. Quello che l’amore non sa essere è semplice. O unico. O scontato.


Esistono milioni di tipi d’amore – ma che dico? Saranno persino miliardi! – e ognuno ha diritto d’esistere. Per ognuno di noi esiste una metà di mela – quella che ci completa, che ci fa sentire bene, appagati – e nessuna metà è sbagliata. Uomo con donna, uomo con uomo, donna con donna… l’amore è universale. Ed è giusto a prescindere – soprattutto in un mondo dove la guerra imperversa mietendo vittime e creando devastazioni, rovine. Quando l’amore vince, quando una coppia si prende per mano, quando due si scelgono – un sorriso sulle labbra e tanta voglia di cominciare un nuovo percorso – l’umanità vince una battaglia. E la vince anche quando ognuno può fare ciò che desidera. Ciò che nel suo cuore sente. Chi può decidere che quell’amore è sbagliato? Chi dà il diritto di parlare di innaturalezza? Come si può identificare la vittoria dell’umanità come immonda, come si può chiamarla errore? La famiglia tradizionale, dicono, è composta da una mamma e un papà, uniti nel sacro vincolo del matrimonio, e dai figli nati dalla luce di Dio. E perché la visione dovrebbe essere ‘sì ristretta? Perché questa affermazione dovrebbe diventare l’unica possibilità in un mondo che è bello perché è vario? Sì, questo è un tipo di famiglia. Bella alla pari di tante altre. Giusta, sì, ma come le altre. Esattamente. Senza se e senza ma. Perché quando si parla di famiglia, nella fattispecie famiglia con figli (e io mi batterò sempre e per sempre per il diritto di adozione esteso alle famiglie considerate diverse), e qui vi svelo un segreto, l’importante è che aleggi l’amore, che i bambini siano il fulcro – qualcosa per cui si darebbe la vita, loro che la vita ce la dedicano sempre con i loro abbracci – e che la comprensione e la dolcezza regnino sovrane. Ecco le regole di una famiglia perfetta. E non importano le differenze o le uguaglianze – perché, in fatto d’amore, sono le uguaglianze a creare scandalo, a creare smarrimento, a far gridare al Diavolo. Stare insieme, formare una coppia è amore, responsabilità, diritti e rispetto… quando ci sono queste cose, che importa il resto? Quando penso alla felicità la immagino come un grande arcobaleno, un arcobaleno che si mostra sotto la tempesta e che è capace di far sorridere tutti… un arcobaleno di uguaglianza, sotto il quale tutti si possono riparare. Sotto il quale non c’è bisogno di mentire. Sotto il quale tutti possono, liberamente, dire quale metà della mela hanno scelto nel difficile cammino della vita.
Scusate, io sto dando probabilmente un’idea di tranquillità, di serenità… perché per me il mondo è così, e dovrebbe essere così per tutti. Ma così non è.


Le unioni civili sono state approvate… ma non è abbastanza. Perché l’adozione no? Perché c’è chi, portavoce di verità considerate sacre, crede sia il caso di porre l’accento sulla vita altrui? Di negare un qualcosa di bellissimo, naturalissimo?
La rabbia è immensa. E anche io sarei arrabbiata. Defraudata dei miei diritti, confinata in una condizione di inferiorità, chiamata anticristo o demonio.
Sarei nera. Vorrei urlare, spaccare tutto.
Perché ti senti solo, triste, incompreso. E allora o ti metti contro tutti, forte solo di una corazza costruita da con le tue mani, e vai per la tua strada sopportando insulti e sputi e altri atti di violenza… o muori. Muori senza un perché. Muori e il tuo corpo diventa cenere solo perché la gente non ha avuto il coraggio… di aprire gli occhi, di vedere al di là del proprio naso, di accettare che nel mondo la varietà è un pregio, non un difetto.
Ma è giusto morire? È giusto che delle persone reggano una candela in tuo onore? Che senso ha, dato che il mondo ha perso una perla?
Perché transessuali, lesbiche, gay, transgender e queer si devono sentire diversi? Cosa vuol dire normalità?
Esistono degli angeli, tutori dell’uguaglianza e della libertà, che si prodigano, tutti i dì, per difendere le persone dall’ingiustizia di non poter dire la verità in ogni dove e in ogni istante. Associazioni che come unico scopo hanno il cercare di rendere il mondo un luogo sicuro anche per chi è considerato diverso, anche per chi, camminando per strada, potrebbe essere picchiato. Associazioni che aiutano i genitori a spiegare ai propri figli la normalità di essere se stessi.


Martina Loi scrive: “Oggi è la giornata mondiale contro l'omotransfobia e contro tutte le discriminazioni in genere verso la comunità LGBTQ. Diversi passi avanti sono stati fatti e si stanno facendo ma credo che la vera battaglia non sia da combattere solo a colpi di leggi e decreti. L'omofobia non è solo il ragazzino che viene picchiato sui pullman o gli omosessuali considerati malati nei paesi arabi. Omofobia è usare termini come "frocio", "gay", "caghino" come offese. Perché un ragazzino più gracile degli altri che non riesce a fare cose "da maschio" è automaticamente gay e per questo da prendere in giro. Omofobia è una ragazza che non può indossare una camicia da uomo senza essere squadrata dalle compagne. Omofobia sono due ragazze che non si possono baciare in pubblico senza attirare le attenzioni di uomini arrapati. Omofobia sono le domande indiscrete su come fanno sesso le ragazze: "Be’ ma c'è una che fa l'uomo no?". Omofobia è credere che l'omosessualità sia solo una fase di confusione, prima di tornare in sé. Omofobia è il dover dire subito a tutti i vicini di casa quando si scopre che un conoscente è gay, o peggio, è diventato gay. Omofobia è non poter dire in giro di essere trans, perché puoi essere o maschio al 100% o femmina al 100%, non maschio o femmina "a metà". Omofobia è dover per forza sapere se si è etero, gay, bisessuali o qualsiasi altra cosa, come se il far parte di una o dell'altra categoria ti qualificasse come persona. Omofobia è questo e tante altre piccole cose. Sembrano piccole cose ma sommate fanno capire quanto siamo ancora lontani anche solo da una parvenza di integrazione.”
Ha ragione: l’integrazione è ancora lontana.
Un bellissimo brano, scritto dalla cantautrice Chiara Effe per l’ARC, reca parole di speranza, di amore universale inteso come naturalità. Voce, chitarra e testo sono di Chiara Effe, il brano è stato registrato da Raffaele Tronci, Riccardo Atzeni si è occupato di concept, regia e animazione.


“Uno era uno che dice a qualcuno sono un bell’essere umano posso prenderti la mano? Io credo nell’amore naturale per le cose, ti porterò le rose se resti insieme a me. Uno era uno e adesso sono due, ci scappa pure un bacio tanti mormorano “frocio” la gente non capisce, li guarda e si stupisce ma intanto andiamo avanti sono poveri ignoranti. Uno era uno e adesso sono due. Non hanno più paura dei commenti della gente, spaventata dal diverso con un cuore che non sente. E due più due fa quattro e quattro sono otto e l’uno che era solo ora è un mille soddisfatto. E casca il vostro mondo, casca la vostra guerra. Sono felice e voi tutti giù per terra.”
Molte sono le associazioni dove si può trovare conforto, dove ci si può sentire uniti e forti dello stesso pensiero. Manifestazioni dove ci si tiene per mano senza giudizi, dove un bacio non fa scalpore come è giusto per un atto d’amore. Dove tutti possono passeggiare e urlare e arrabbiarsi. Mostrarsi. Per come si è.


L’associazione ARC, una delle tante che operano sul territorio nazionale, ha un compito fondamentale: supportare la comunità perché i diritti vincano. Nasce nel 2002 a Cagliari e il suo nome è l’abbreviazione della parola arcobaleno (arcu ‘e chelu). Difende la comunità L.G.B.T.Q. (lesbica, gay, transessuale, trans gender e queer) combattendo le discriminazioni. Si definisce inoltre democratica e pacifista, ecologista, antirazzista e antitotalitaria, libertaria e avversa al neoliberismo. Le sue iniziative sono rivolte a tutti: manifestazioni, rassegne cinematografiche, festival, presentazioni di libri, concorsi fotografici, comunicazioni con stampa e interazione con varie associazioni sul territorio nazionale.
Si riunisce ogni mercoledì alle 20:30 presso il circolo culturale “Sergio Atzeni”, in via Puccini 51 (Cagliari) e la partecipazione è libera anche per chi non ha la tessera.
La presenza è fondamentale per fare forza e per permettere alla battaglia contro le credenze antiprogressiste e tradizionaliste di essere vinta.
Trovate l’ARC anche su Facebook cercando ARC Cagliari, su Twitter e Instagram cercando AssociazioneARC, potete inoltre scrivergli all’indirizzo e-mail associazionearc@gmail.com o su WhatsApp al numero: 3924553756, oltre che seguirli sul canale Telegram Arconlus.
Ci sono tantissime date e incontri, da qui a fine giugno. Per visionarli e potervi partecipare in modo da rendere la voce ancor più forte basta visitare i siti:

La forza di tutti è necessaria per cambiare il mondo!


Federica Cabras con la collaborazione di Alice Salimbeni

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