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Venezuela, il dilemma della stabilità

Attualmente al centro del dibattito socio-politico, il Venezuela sta attraversando da anni una profonda crisi istituzionale ed economica. Le ultime immagini e notizie riportate dalle testate italiane hanno superficialmente mostrato due emergenze particolari: la crisi energetica Venezuelana e la recente repressione della marcia capeggiata dall'opposizione verso il CNE. Entrambe le crisi possono essere imputate ad un conflitto istituzionale ed alla regressione puramente militarista del movimento populista chavista.


Iniziamo la nostra analisi, mettendo a fuoco due momenti istituzionali cruciali:
- La vittoria elettorale di Nicolàs Maduro nelle presidenziali del 2012, a seguito della morte del Caudillo Hugo Chàvez Frìas;
- Il raggiungimento, da parte delle forze d'opposizione della MUD (Mesa de la Unidad Demòcratica), della maggioranza dei 2/3 alle elezioni per il rinnovo dell'Assemblea Nazionale del Dicembre 2015.
La politica populista istituita da Chàvez a partire dal 1999 ed acuitasi con la vittoria elettorale del 2006, propiziò la nascita di una nuova dottrina socialista (Socialismo del Siglo XXI) basata su una democrazia partecipativa ed inclusiva con cui le istanze del popolo avrebbero trovato accoglimento grazie ad un vincolo diretto creatosi tra il Presidente ed il pueblo dal quale il primo riceveva legittimazione politica. In ambito internazionale il Colonnello, così come veniva conosciuto Chàvez, in funzione di una visione prettamente antimperialista – ossia contraria all'egemonia statunitense – stringeva alleanze strategiche alternative, di cui esempio è la Cuba di Castro, e lanciava una nuova organizzazione regionale, l'ALBA, all'insegna dei valori di Bolìvar. Il sogno del Presidente bolivariano (Chàvez) era la costituzione di un blocco regionale guidato dal Venezuela con il quale si garantisse la creazione di un nuovo sistema internazionale, di stampo multipolare, in cui i nuovi attori geopolitici potessero efficacemente competere con Washington. Per permettere la saldatura di tali alleanze, Frìas usò forniture petrolifere come strumento di persuasione nonché di ancoraggio alla causa bolivariana. Il petrolio divenne sia mezzo di scambio politico-diplomatico, internazionalmente, che fonte di sostentamento, internamente. Il Venezuela tese ad assumere sempre più le faccettature di petroestado, la cui economia dipendeva in misura maggiore dalle rendite petrolifere divenendo vulnerabile agli andamenti di tale mercato e, quindi, agli shock esterni.


La premessa fatta, ci permette di comprendere lo stato del Paese all'atto dell'ascesa al potere di Maduro: Una economia monoproduttiva, con alti livelli di inflazione, elevata disoccupazione ed in grave crisi di approvvigionamento. A livello politico, erano sempre più evidenti le discrepanze all'interno del chavismo stesso ed acquisivano maggior forza le pressioni provenienti dall'opposizione anche mediante mobilitazione sociale. Ricordiamo che Maduro vinse le presidenziali distaccandosi dal suo avversario Capriles per un solo punto percentuale.
Le proteste del febbraio 2014, represse nel sangue da parte delle forze armate e dai colectivos (gruppi civili fedeli al chavismo), rappresentano il punto di rottura del vincolo speciale tra il popolo ed il Presidente. Le incarcerazioni arbitrali di alcuni manifestanti e di oppositori politici, cui caso più evidente è Leòpoldo Lòpez, senza che questi venissero sottoposti a giusto processo o ne venissero ritardate le tempistiche processuali, ha portato ad un decadimento della credibilità presidenziale. Perdendo il consenso popolare, l'azione governativa da populista è divenuta prettamente militarista: Maduro per imporre la propria linea politica necessita ora di un ampio uso della forza legittima.
La vittoria parlamentare dell'opposizione si instaura in tal contesto. La MUD rilasciava ad inizio anno un comunicato nel quale sosteneva che avrebbe destituito il Presidente attraverso tre possibili strade: la pressione sociale, la riduzione del mandato presidenziale da 6 a 4 anni e il referendum revocatorio. Percorse le prime due con poveri risultati, si sta lottando per il conseguimento della terza. L'istanza referendaria era prevista ed esaltata dalla Costituzione bolivariana in quanto manifestazione popolare fondamentale; Mediante l'approvazione di una legge con cui se ne stabilivano le modalità e tempistiche da parte della MUD, venne attivata la richiesta di referendum. La procedura, articolata su più tappe, è stata ora bloccata alla seconda fase. Il CNE (Consejo Nacional Electoral), affinché si potesse concretizzare la richiesta del referendum, aveva chiesto la raccolta di 200.000. Il raggiungimento della soglia avvenne con un giorno in anticipo e per un ammontare superiore, 10 volte in più, rispetto a quanto stabilito. Agli stand delle firme si recarono tanto i militanti dell'opposizione quanto del chavismo. Questa menzione assume particolare forza evocativa: i Chavisti non sono Maduristi e non vogliono che Maduro continui a rappresentarli.
La seconda fase della procedura referendaria consiste nella convalida delle firme, spettante al CNE (controllato dall'esecutivo) e ritardata dallo stesso.
Le immagini degli ultimi giorni fotografano la situazione politico – sociale attuale.
Le marce verso il CNE promosse dall'opposizione sono state soffocate dal presidenzialismo con l'uso della forza. Per poter giustificare l'esecutivo, Maduro insiste nel dire che i tentativi della MUD sono fomentati dall'imperialismo statunitense e rappresentano, quindi, un golpe de estado.
L'appoggio politico di Maduro vacilla sempre più così come la sua credibilità. I mali del Paese invece che a una mala politica e gestione vengono ascritti a fenomeni esterni: così la crisi di approvvigionamento dipende dalla "guerra econòmica" e quella energetica al fenomeno di El Nino.
Human Rights Watch ha espresso preoccupazione per il degrado evidente nel rispetto dei diritti umani e politici.

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