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Che dolore la maturità! Un decalogo per sopravvivere

In questo momento ci sono tantissimi studenti che, oramai giunti all’ultimo anno delle scuole superiori, si apprestano ad affrontare l’esame di Stato.
Nah, così non fa paura.
Riprovo.
In questo momento tantissimi ragazzi – ai quali sono state, per cinque lunghi anni, sciorinate storielle granguignolesche sul temutissimo Esame di Stato – sono sul filo di un rasoio: non dormono né mangiano, divorano le proprie unghie fino ad arrivare ai polsi, hanno emicranie colossali – pari a quelle che le persone normali hanno la mattina dopo una sbornia – e mali diffusi che nemmeno i medici neolaureati di Harvard saprebbero lenire.


Io ci sono passata e ancora oggi lo sogno. Sono lì, davanti alla commissione e non so niente di matematica… che poi non è un incubo ma un ricordo. Semplicissimo ma per questo non meno straziante. Doloroso. Rattristante. Penoso. Ahimè, non sarei durata un solo giorno in una facoltà dove tutto gira intorno ai numeri. Quando poi apro gli occhi uno spasimo – di pura e terribile paura – e la consapevolezza di essere salva: già dato, almeno nel mio caso.
Ecco perché non invidio i ragazzi alle prese con questa piaga d’Egitto.
Quella sensazione di essere spacciati; di volersi aprire il cranio per infilarci dentro i bigliettini con i concetti più importanti; di sentire più ansia che qualunque altra sensazione al mondo.
Non esiste l’amore, l’odio, la compassione, il rancore. Un enorme buco nero inghiottisce tutto ciò un umano normale potrebbe provare e non lascia altro che angoscia… un mare magnum di inquietudine in cui i più bravi riescono a sguazzare per cavarsela meglio possibile.
Perché l’hanno detto, quei perfidi dei professori. L’hanno detto e ripetuto. Per settimane, mesi, anni.
«Quando ci sarà l’esame, vedrai!» o «A giugno del quinto anno starai studiando, che tu lo voglia o no!»
Una minaccia tale che la donna con la falce non si teme nemmeno più.
Ma cosa si può consigliare a queste anime pie? Cosa dire affinché la poca chiarezza che gli è rimasta duri fino a quei temibili giorni?
Ovviamente la prima raccomandazione da dare è cercare di mangiare e dormire in modo regolare: si sa che questi due fattori sono capaci, da soli, di influenzare in positivo l’intero organismo.
Usate tutti e cinque i sensi: è uno stimolo costante per tenere il cervello allenato. Ma come? Facendo la doccia a occhi chiusi, ad esempio.
Andate a letto presto: le notti sui libri sono utili sono alle creature mitologiche che non necessitano di dormire. Negli altri casi – fra cui il vostro – un buon riposo può fare più di un ripasso: con meno ore di sonno calano la memoria, la capacità di giudizio, l’apprendimento, la capacità di fare associazioni, la creatività e l’attenzione.
Stop ai ripassi 48 ore prima dell’inizio della data dell’esame: continuare a leggere cercando di fissare date, eventi, formule o nozioni crea stress. Inoltre al cervello serve del tempo per fissare ciò che abbiamo cercato di inculcarci con tutta la nostra forza.
Niente sostanze dopanti: no a pillole o intrugli per rimanere svegli a lungo. Faranno calare le vostre risposte logiche. Sì invece a un caffè prima di partire: stimola il cervello e l’attenzione.
Non preoccupatevi di un eventuale black out: capita, è lo stress. Ricorderete tutto a tempo debito.
Ripassate ma fatelo in modo corretto: cercate di facilitarvi il compito con ripassi mirati, che non creino confusione. Schemi e grafici, personalmente, sono stati la mia salvezza.
Evitate le emozioni negative: le emozioni forti tendono a far dimenticare ciò che si è fissato nel cervello. Questo accade perché il cortisolo – ormone dello stress – interagisce con l’amigdala, che calcola il significato emotivo di un ricordo. Gli eventi significativi emergono a scapito dei ricordi precedenti, insomma.
Fate sport: è stato dimostrato che chi fa sport “perde” meno neuroni.
Bene, ora avete un decalogo su come non perdere – forse – la testa.
E se c’è una cosa che può consolarvi è che prima o poi sarete come me: terrorizzati dal ricordo ma salvi.

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