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Fatima Mernissi, la femminista araba che ha lottato per la conquista delle pari opportunità



Nata nel 1940 a Fez in Marocco durante il protettorato francese, la scrittrice trascorse la sua giovinezza in una famiglia borghese. Non appena terminò gli studi si trasferì prima in Francia e poi negli Stati Uniti d’America dove acquisì il dottorato in scienze sociologiche alla Brandens University nel 1974 e si occupò di visioni legittimate dai testi musulmani che erano da sempre oggetto delle sue riflessioni. La sua educazione si basò sulla conoscenza dei sacri confini – hudud – affiancandoli ai racconti e storie delle Mille e una notte che mettevano in scena figure religiose come Aisha, moglie del profeta Muhammad, o della femminista egiziana Huda Shaarawi. 

La fantasia era per la Mernassi un modo per sfuggire alle regole e alle istituzione, uno spazio-temporale parallelo alla quotidianità nel quale esisteva il suo ‘posto’ nel mondo come intellettuale donna. Nella sua tesi di dottorato ‘Beyond the veil: male-female dynamics in the modern society’ ella analizza la sessualità e la famiglia, le relazioni tra uomini e donne con molta attenzione verso la sessualità femminile marocchina. 


Al ritorno dagli Usa l’intellettuale iniziò la sua attività accademica all’Università di Rabat e seguì i suoi studi sempre verso questo filone critico del femminismo degli anni ’80-’90 del secolo scorso. Furono proprio i testi religiosi dell’Islàm riletti, rianalizzati e reinterpretati, ad essere il faro delle femministe islamiche per la tutela e salvaguardia dei diritti che si opponeva ai discorsi promossi dalle élites popolari che denigravano le donne. Fatima darà la voce al gentil sesso grazie ai suoi studi letterari che si soffermavano sulle donne religiose, in particolare su Aisha, e sul ruolo politico da esse esercitato.





















Nel 1987 pubblicò ‘Le harem politique. Le Prophète et les femmes’ nel quale afferma l’importanza della donna del profeta sia dal punto di vista dottrinale che amministrativo per le comunità tribali dell’epoca. Per le sue doti spiccate, il suo lavoro non si posizionò soltanto sulle posizioni della società di appartenenza anzi muove delle frecciatine verso l’immaginario tutto all’occidentale degli harem costruito da scrittori e pittori nei secoli precedenti che hanno spogliato le fanciulle del loro intelletto e dal sapere rivestendole invece di sensualità e carnalità (vedi Shahrazade goes West, or The European Harem). 

Dal 1990 la femminista marocchina iniziò il progetto Synergie Civique, collaborò con accademici e scrittori, che periodicamente utilizzava la scrittura come ‘arma’ pacifica politica grazie all’impetuoso impatto comunicazionale che dà la parola scritta. Ella prese parte al processo di democratizzazione del suo paese attraverso riforme istituzionali aiutandosi anche con la tecnologia moderna e i suoi benefici che potessero portare avanti il messaggio di uguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi. 

Rendiamo omaggio alla sua scomparsa, risalente al mese di novembre 2015, con una sua grande citazione che spiega il suo brillante e forte ésprit intellettuale:
“La taglia 42 è il velo dell’occidente”.

Maria Carola Leone

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