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La bellezza regna per diritto divino?

“La bellezza è una specie di armonia visibile che penetra soavemente nei cuori umani” così si esprimeva uno dei più importanti scrittori della letteratura italiana Ugo Foscolo. La bellezza, tanto quanto la felicità, riesce a riempire l’anima di ognuno di noi. Spesso inattesa e non sospetta aleggia con il suo splendore nelle nostre vite penetrandole nel profondo. Si cela dietro un paesaggio, il sorriso di un bambino, lo sguardo di una donna, le note di una canzone o il vivido di una tela. 



Di frequente, a causa dell’immensità sul questo argomento si confonde il concetto di ‘bellezza’ a quello di ‘estetica’: il primo può essere considerato come la capacità di appagare l’anima attraverso i sensi, divenendo oggetto di contemplazione, il secondo indica la facoltà di percepire o sentire il sensibile nello studio del bello e dell’arte, come affermava nel 1700 A. G. Baumgarten. La bellezza non si nasconde solo nella materia, essa pervade anche la verità: “Bellezza è verità, verità è bellezza, questo solo sulla terra sapete, ed è quanto basta”, così decantava John Keats nella sua Ode on a Grecian Urn sicuramente influenzato dal pensiero di Platone in cui il bello e il vero possedevano una forma assoluta e primitiva. 
Il padre del neoplatonismo, Plotino, collegava alla bellezza la res cogitans in quanto le cose sensibili, in altre parole la materia, sono piacevoli perché sono percepite con i sensi e trovano un terreno fertile nel pensiero. In questo senso le scienze matematiche si avvicinano assai ai concetti di eleganza e bellezza, basti pensare la proporzione armoniosa e divina ricercata da Leonardo Da Vinci, illustrata nel trattato del matematico Luca Pacioli. Pitagora, secoli addietro, trasse la musica come metafora del numero. 
Da ogni epoca colleghiamo la bellezza alla figura di una donna, forse sbagliando, tant’è che Paride associa alla figura giunonica o filiforme un’eccessiva vanità o una capricciosa bramosia maschile, in entrambi i casi accorriamo alla discordia. La mitologia greca ci spiega questo dissentire come ricordiamo durante le nozze di Peleo e Teti quando cadde dal celo un pomo d’oro con inciso su ‘alla più bella’ gettato da Eris, la dea della discordia, adirata per via del mancato invito al matrimonio. Il pomo della discordia vide Afrodite, Era e Atena discutere su chi era realmente la destinataria del regalo mostrando grottescamente la vanità femminile.
La debolezza umana legata alla bellezza fisica è in grado di sprigionare i lati e gli istinti più bassi degli esseri pensanti, allo stesso tempo però sembra impossibile non pensare alle terzine del Sommo Dante dedicate a Beatrice o ai dolci versi stilnovistici del Petrarca. Descrivere la dolcezza di uno sguardo, del portamento e della femminilità dell’amata è stata la necessità primordiale per poeti, scrittori e intellettuali di ogni tempo. È forse per questo motivo che la delicatezza del gentil sesso diventa la maestra di verità o il vero faro esistenziale che emana all’uomo armonia e incanto. 
È indubbio pensare che la meraviglia non risieda negli occhi di chi guarda, ma allo stesso tempo bisognerebbe dire che la beltà è un discorso diverso rispetto alla simmetria e armonia universale delle cose.  Secondo quanto sosteneva Platone nessuna azione è bella o brutta in quanto è il modo in cui si compie un’azione che determina sensazioni positive, se segue la rettitudine della bellezza, o negative. Lo stesso avviene per l’atto d’amore, non tutto l’amore è bello e degno di elogio: lo è soltanto quello che porta ad amare bene.

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