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Perdonare i torti subiti per stare meglio: il perdono come segreto di benessere

Basta poco, soprattutto se si è impulsivi. Una parola sbagliata, un piccolo – o grande, in alcuni casi – torto, un’offesa, un tradimento, una coltellata alle spalle e si parte, più veloci di un razzo. Ci si arrabbia. Si urla e si sbraita. Spesso iniziano discussioni che tirano in ballo lontani litigi già risolti ma rimasti, sebbene mogi e nascosti in un angolo, impressi nel cuore come una cicatrice o un tatuaggio. Ma quanto si sta male quando si prova rabbia, risentimento, rancore? Quanto si soffre, sebbene solitamente non lo si confessi, quando viene voglia di lasciarsi tutto alle spalle ma non si può perché “questa volta è troppo grave”?


Perdonare vuol dire ritornare a respirare, liberarsi di quel peso, di quel macigno che si porta sul petto. Perdonare vuol dire stare meglio – notevolmente meglio. Oltretutto un team di ricercatori di Pisa ha dimostrato che il perdono è un processo cognitivo capace di trasformare un evento negativo in positivo: le aree cerebrali coinvolte sono la corteccia parietale inferiore – quella associata al fenomeno dell’empatia – e il precuneo – che viene attivato per capire che chi ci ha offesi è un essere umano simile a noi.
Ma c’è un percorso per aiutarci a capire la via giusta? Esiste un decalogo anche per i più irruenti – quelli che “io morirei piuttosto che condonare un torto grave”?
Pare proprio di sì, anche perché il perdono, essendo un processo, un percorso interiore, può essere assimilato. Basta solo volerlo.
Quando si capisce che l’odio regna sovrano è tempo di cambiamenti: non si può lasciare che un sentimento simile, doloroso e stressante, domini la nostra interiorità. Si tratta di comprendere se il torto subito vale tutto quel male allo stomaco e tutta quell’emicrania – sintomi spesso legati a situazioni di disagio di tipo mentale. A lungo andare arriva l’ansia e la depressione, perché non passare oltre vuol dire rimanere legati a un passato che ci danneggia, un passato che è deleterio per il nostro equilibrio psicofisico.
Certo è che il tempo che ci vuole per metabolizzare la situazione negativa trasformandola in positiva non è sempre uguale: la cosiddetta “negazione euforica”, ossia il concedere troppo in fretta la nostra comprensione, è un meccanismo che può ritorcersi contro di noi, in quanto, così come avviene in caso di lutto, ci vuole un po’ – il giusto tempo – per arrivare a uno stato di perdono.
Serve, poi, una buona dose di empatia: bisogna ammettere, per capire le colpe degli altri, le nostre stesse colpe. Ammettendo di non essere perfetti, si comprende l’imperfezione degli altri. Una madre, per esempio, potrà perdonare il proprio figlio ammettendo di non essere stata una mamma perfetta – che poi la perfezione altro non è che una nozione astratta, non certo un concetto reale. Se chi ci ha fatto del male non lo conosciamo ci aiuterà pensare che nel mondo, così come esiste la bontà, esiste anche la cattiveria. È una costante, e noi non possiamo fare nulla per contrastare quella che è la natura. Che poi, è più facile perdonare un estraneo che una persona che si considera un pilastro della propria vita… sarà che quando vogliamo bene a una persona è più facile pensare che essa non ci potrà mai fare del male, piuttosto che aspettarci una coltellata alle spalle. In questi casi, oltre al meccanismo del perdono, va aggiunto quello del ritrovare la fiducia – cosa non certo semplice, ma nemmeno impossibile.
Quando si lenisce il dolore di un tradimento, si supera il fatto e ci si scopre nuovamente felici e sereni si è sulla strada giusta: occorre aver, però, valutato tutto in modo razionale.


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