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14 luglio ieri e oggi: la Francia tra l’assalto alla Bastiglia e la strage di Nizza

La Francia cade oggi, a meno di un anno dai fatti di Parigi dello scorso 13 novembre, nuovamente vittima del terrorismo internazionale. Terrorismo che colpisce il Paese simbolo della democrazia in un giorno non casuale, il 14 luglio. Data che segnò l’inizio di una nuova epoca per la storia non solo della Francia, ma dell’Europa intera. Il 14 luglio 1789 una folla inferocita per l’aumento vertiginoso del prezzo del pane, provata dalla fame, stremata dalla fatica, si unisce a formare un solo corpo e decide di fare la rivoluzione.

Non una rivolta, si badi bene, ma una rivoluzione. Tra i due termini esiste una sfumatura di significato non sempre percepibile: la rivolta indica un tumulto volto a creare disordine momentaneo e che, una volta placato, non esclude il ritorno alla situazione di partenza. Con rivoluzione, invece, si indica un evento violento o moderato dopo il quale è impensabile il ritorno alla situazione precedente. E quella della Parigi del 14 luglio 1789 non fu una rivolta, ma una rivoluzione. 


Non basta ricordare la presa della Bastiglia (al cui interno al momento del tumulto si trovavano appena 7 detenuti), o la violenza popolare che si spinse a mozzare la testa del comandante della prigione e a portarla in giro su una picca. È necessario piuttosto guardare al 14 luglio come l’inizio di un lungo processo, ultimato soltanto con la fine del Terrore e l’avvento di Napoleone, che avrebbe portato, nella lunga e tormentata notte tra il 4 e il 5 agosto 1789, alla cancellazione del cosiddetto “Antico Regime”, quell’assetto sociale fondato sul privilegio che vedeva il popolo francese assoggettato al potere assoluto del sovrano e ai soprusi della nobiltà e dell’alto clero. Libertà, Fratellanza, Uguaglianza. Questo lo slogan, le parole simbolo della rivoluzione che ha unito tutto il popolo di Francia. E la festa nazionale del 14 luglio ancora oggi, più di tutti i valori della rivoluzione, ricorda quello dell’unità. Dell’unità di un popolo che non si lascia schiacciare o sottomettere da un nemico esterno, come nel caso del terrorismo, ma anche di un popolo pronto a riunirsi e a lottare per la propria libertà e indipendenza dallo strapotere di pochi a danno di molti, come nel caso delle numerose manifestazioni contro il Jobs Act che si sono susseguite negli scorsi mesi.


Oggi la Francia piange le vittime del 14 luglio, che da ora in avanti sarà giorno di festa e giorno del lutto. Giorno della memoria, in ogni caso. Memoria di un trionfo e memoria di una strage. Ed è nel duplice volto di questa giornata meravigliosa e infame che l’Europa intera può specchiarsi e riconoscere se stessa. Un’Europa che celebra continuamente l’unità come unica prospettiva per il futuro, ma divisa al suo interno da discordie, giochi di potere, volontà di sopraffazione. Un’Europa che di fronte al terrorismo risponde col fuoco delle bombe, col sangue dei civili. Ma oggi più che mai l’Europa intera è chiamata a riflettere sull’esito fallimentare della politica di lotta al terrorismo intrapresa sinora. Una politica che ha puntato a colpire obiettivi in Siria, in Libia, e in qualunque altro posto fossero radicati i miliziani dello Stato islamico. Eppure l’attentato del 7 gennaio 2015 alla sede di Charlie Hebdo, la strage del 13 novembre al teatro Bataclan, davanti allo Stade de France e nella pizzeria “Casa Nostra”, nonché gli assalti avvenuti a Bruxelles lo scorso 22 marzo (due esplosioni all’aeroporto e una alla stazione metropolitana di Maalbeek) a cui si aggiunge l’ultimo, quello di Nizza del 14 luglio, sono attacchi radicati sul suolo europeo. Gli attentatori sono tutti stranieri di seconda generazione, cittadini francesi originari di Marocco, Algeria, Tunisia. Il problema Isis, dunque, non si trova più all’esterno, ma è interno all’Unione Europea ed i bombardamenti sulla Siria mostrano in queste ore i propri limiti.

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