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Arega, la jana dal cuore puro: un racconto in un tripudio di sorrisi

Il secondo concorso curato da Margherita Musella ha un titolo particolare, un titolo che esprime tutta la sua anima. “Con il sorriso sulle labbra”. Ecco, vedete, io non ho mai visto Margherita senza il sorriso sulle labbra: lo indossa come un gioiello prezioso, ed è una sua peculiarità. Un pregio dal valore inestimabile. Un dono. Lei stessa si descrive come una fata, una donna capace di fare miracoli. E sapete la cosa più bella? Lo è. Lo è perché lo vuole, perché ci crede con tutta se stessa, perché sceglie di essere positiva – sì, lo sceglie, avete capito bene, così come si sceglie di indossare il rosso e il giallo piuttosto che il nero, un nero cupo e oscuro che sa di muso e di tristezza. Aiuta gli altri con la stessa leggerezza con cui si beve un caffè, con la stessa facilità con cui si mangia un toast quando si ha fame. Aiuta gli altri perché il suo cuore sente, come bisogno primario, il tendere una mano verso chiunque le chieda – più o meno esplicitamente – un aiuto. Ecco perché, con davanti la copertina di questo libro nato dalla sua voglia di sperimentare, di creare in ambito letterario, il viso mi si è disteso in un’espressione serena: è proprio questo il titolo che la rispecchia.


Tutti noi dovremmo imparare da lei a indossare, ogni mattina della nostra vita che benché sia dura regala molto, il nostro sorriso migliore. Ne vale la pena. D’altronde, ci sono mille ragioni per essere felici. Lo sguardo divertito di un bambino che ci guarda e decide di volerci bene – in quel loro modo di voler bene affettuoso e sincero, dolce e forte allo stesso tempo. Una mattina di primavera che regala una luce particolare, una calda brezza che ci sveglia dal torpore dell’inverno. Un bel libro, consumato sul nostro divano con le gambe incrociate. Il nostro cane che ci accoglie, festoso, dopo una lunga giornata passata fuori. Un caro amico che si fa sentire dopo tanto tempo. Una rimpatriata tra vecchi amici – con i “Come stai?” che sanno di vero interesse e di enfasi. Il nostro amore che ci guarda come se fossimo stelle cadenti: canta, a tal proposito, Renga: “Solo tu mi hai donato un sorriso che nasce anche quando un motivo non c’è. E da quando c’è stato sembra schiudere tutte le porte, sembra schiuderle tutte le volte che sono con te”. È questo, l’amore, no?
Tra tanti racconti bellissimi, c’è il racconto di Rita Coda. Si chiama “Arega, la jana dal cuore puro”. C’è magia, purezza, bellezza. Ha quel fascino tipico delle leggende – quello che, quando le si legge, si pensa a quanto sarebbe bello che fosse vero e a quanto noi ci vogliamo, tutto sommato, credere.


Arega è una jana (fata) molto speciale. Ha i capelli che sembrano fatti di oro – “come la sabbia dei lidi della sua terra sfiorati dalle onde di un mare cristallino color smeraldo”, ci racconta l’autrice – e la sua anima è pura come quella di nessun’altra. Quando le janas si siedono accanto a un camino, si raccontano storie, aneddoti, eventi passati. Ecco che Arega scopre che gli umani, con le loro launeddas – strumento sardo a fiato continuo, il cui suono metallico ricorda le voci dei tenores barbaricini –, sono capaci di imprigionare le janas dal cuore puro. Proprio allora la nonna la mette in guardia, dicendole di stare particolarmente all’erta: lei è così bella e preziosa che gli umani avrebbero certamente fatto a gara per averla tutta per loro. Inoltre, dopo la cattura, le janas dal cuore puro, a forza di stare prigioniere e dopo aver perso tutta la loro magia, si trasformano, consumate dall’odio, in argie – ragni simili alle tarantole – capaci di provocare negli uomini una danza sfrenata e mortale. Così le insegna una poesia: recitandola nei momenti di pericolo lei si saprà salvare da quella maledizione. Le dà, poi, una conchiglia, chiedendole di portarla sempre con sé. Arega, mossa da quella sua bellezza d’animo così evidente, vuole muoversi in viaggio verso il mare che piange. “Spiegò le sue esili e lucenti ali e volò per giorni e giorni su vaste pianure, colline e vallate.”
Proprio allora le serve la filastrocca insegnatale dalla nonna. La salva, le ridà una speranza – la speranza di non venire catturata per poi diventare un ragno cattivo, che si ciba di morte. Verrà poi trasformata in qualcosa di bellissimo.
Nelle parole dell’autrice rivediamo molte tradizioni sarde. Il modo di vestire degli uomini, su ballu tundu, le launeddas, l’argia e i suoi terribili effetti – avvistamenti ovunque ne assicurano la presenza sull’isola, benché se ne parli con il timore reverenziale di qualcosa di mortale ma lontano –, le pinnettas, il pane carasau. Una leggenda che riunisce molto di ciò che è la Sardegna, questa terra meravigliosa ricca di tradizioni, detti, racconti… di vita e d’amore. Un bel modo per rendere omaggio a quest’isola che per noi sardi è tutto – la terra del nostro cuore.
Ma ora parliamo un po’ di Rita Coda, autrice di questo racconto.


Rita Coda nasce nel 1963 a Donori, un piccolo comune in provincia di Cagliari. Scrive sempre, probabilmente capendo che fosse la sua strada, ma solo nel 2014 condivide questa sua passione con il pubblico. All’inizio riceve critiche, soprattutto da chi la ama e la conosce più a fondo, poi tutti iniziano a vedere i suoi scritti con occhi diversi: hanno valore, potenziale e questo è chiaro come la pioggia dopo ferragosto. Dalle critiche, comunque, Rita non scappa mai: esse le fanno capire come conoscere una persona sia qualcosa di irraggiungibile e le fanno sviluppare una più forte abilità nei confronti della narrazione e dei suoi effetti. Adora dipingere e fotografare: riesce a immortalare momenti importanti, magici, che poi trasporrà su carta in versi. Attiva nel campo del volontariato, è attenta alle problematiche dei più sventurati. Ha ricevuto importanti riconoscimenti letterari.
Ci insegna come coniugare realtà e magia, quotidianità e leggenda. Un mondo tutto da scoprire, insomma.

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