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Le parole abbandonate: “Autoscatto”

Tempo fa, quando decisi insieme a Cristina La Bella di dar vita e forma alla rubrica “Le parole abbandonate”, non ero molto sicuro del suo successo, devo esser sincero. E invece la suddetta rubrica è stata finora una sorpresa positiva.
Abbiamo inaugurato la rubrica con il termine RISCONTRO, contributo arrivato dal professore di Linguistica italiana Eugenio Salvatore, proseguito con OBSOLETO, termine ampiamente analizzato da Federica Cabras, nostra preziosa collaboratrice nonché autrice del libro “E non vissero felici e contenti”. A dare il suo apporto anche la scrittrice sarda di adozione Margherita Musella, che ha affrontato una parola bellissima quanto complessa: MIRACOLO. Infine Giulia Mastropietro, laureata in Lettere Moderne, ci ha stupito con il termine MERAVIGLIOSO. Questi i contributi finora pubblicati per la rubrica “Le parole abbandonate”. Ma veniamo a noi.


Voglio parlarvi oggi di una parola italiana finita quasi nel dimenticatoio, sostituita dal più “affascinante” e internazionale selfie. La parola di oggi è AUTOSCATTO, analizziamo prima il suo significato letterale. Secondo il dizionario Garzanti, il termine, composto da “auto” e “scatto”, ha il seguente significato: “Dispositivo interno alla macchina fotografica che ritarda lo scatto, così che chi fotografa possa far parte della foto”. Certo, non è proprio un sinonimo preciso di selfie, ma qualcuno può negare che un selfie altro non è che un autoscatto? L’autoscatto permette al soggetto che fotografa di comparire davanti all’obiettivo e ha come suo più grande fratello l’autoritratto pittorico.
L’autoritratto in pittura è un ritratto che l’artista fa a sé stesso, si tratta di un genere piuttosto diffuso. Famosi sono gli autoritratti di Albrecht Dürer, pittore ed incisore tedesco del Quattrocento, di Rembrandt, pittore e incisore olandese del Seicento, e di Vincent van Gogh, geniale pittore olandese dell’Ottocento. Celeberrimo l’autoritratto con l’orecchio bendato del 1889, dipinto che rivela un fatto tragico: il 23 dicembre del 1888 van Gogh si tagliò l’orecchio sinistro con un rasoio per portarlo ad una prostituta; dopo settimane di ospedale, tornato a casa, si fece più autoritratti con l’orecchio bendato.
L’autoritratto fotografico è un’evoluzione di quello pittorico, cambia il soggetto (il fotografo al posto del pittore) e il mezzo (la macchina fotografica invece dei colori e della tela), ma il concetto è lo stesso. Il primo autoritratto fotografico è del 1839, un dagherrotipo che tale Robert Cornelius fece a sé stesso, sul retro annotò: “Il primo dipinto di luce mai ripreso”. Famosi gli autoritratti fotografici di Willy Ronis, Diane Arbus, Robert Mapplethorpe, Helmut Newton ed Edward Steichen. Di sicuro trascuro altri fotografi famosi: negli anni tanti sono stati gli artisti che si sono sperimentati in questo affascinante genere.
Ai giorni nostri non facciamo altro che parlare (o almeno sentiamo parlare) di selfie, evoluzione bistrattata dell’autoritratto pittorico e fotografico. Non credo serva spiegare cos’è il selfie, oramai ne siamo invasi.
Spero di aver rispolverato la bellezza del termine AUTORITRATTO e magari, chi lo sa, da domani inizierete a parlare di autoritratti e non di selfie, mi piace pensarlo. Il sogno sarebbe “esportare” la parola all’estero ma, si sa, spesso “i sogni son desideri” e rimangono nella testa di chi li ha sognati.

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