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Quale sarà il volto della Turchia dopo il golpe?

Il colpo di Stato in Turchia è fallito ma le sue conseguenze potrebbero cambiare completamente il volto del Paese. Questo è quanto si apprende dalle fonti d’informazione che dallo scorso 15 luglio stanno monitorando la situazione in Turchia. 2839 i militari arrestati e destituiti a cui si aggiungono 5 generali e 29 colonnelli. Uno dei 17 giudici della Corte Costituzionale è stato arrestato assieme a 10 giudici del Consiglio di Stato. Altri 48 sono ricercati. Un ordine di arresto è scattato anche per 9 giudici della Corte Suprema. 2745 i giudici rimossi. Intanto Ankara ha fatto richiesta di estradizione per il milionario Fetullah Gulen, ex braccio destro di Erdogan che sarebbe secondo il governo la mente del golpe, entrando apertamente in contrasto con gli Stati Uniti.


Insomma, ciò che appare evidente a pochi giorni dopo il golpe è la volontà di Erdogan di “fare pulizia” all’interno dell’apparato statale approfittando della situazione di emergenza per eliminare uno ad uno tutti gli oppositori alla sua linea politica. O meglio, al suo regime. La Turchia, infatti, ha in queste ore mostrato a più riprese scenari di violenza e barbarie, a partire dalla folla inferocita che ha mozzato le teste di alcuni golpisti sul Bosforo. Una ferocia che rispecchia perfettamente quella del presidente, che ha addirittura annunciato al Parlamento di volere reintrodurre la pena di morte nella Costituzione. Costituzione che già nel 2010 era stata riformata e aveva annullato i poteri politici dei generali, introdotti da Kemal Ataturk, grazie ai quali i soldati avevano ad esempio il potere di eleggere democraticamente il Ministro della Difesa. Da quel momento, Erdogan ha imprigionato con false accuse, secondo quanto riportato dal quotidiano “Libero”, i principali leader delle forze armate, “li ha sostituiti con i suoi fedelissimi e ha immesso ufficiali islamisti a tutti i livelli”. 


Insomma, quella avviata da Erdogan a partire dal 2010 sarebbe stata una progressiva ma velata islamizzazione del Paese e del potere politico. Basti pensare all’annullamento del divieto per le donne di indossare il velo islamico a scuola o nei luoghi pubblici durante il giorno. E mentre Erdogan promette una punizione esemplare al più presto per i golpisti e per tutti coloro che avrebbero minato “la democrazia in Turchia”, l’Europa e gli stati Uniti si compiacciono del “ritorno all’ordine” e alla stabilità. Una stabilità di comodo per gli interessi dell’Occidente. Una stabilità che non considera la violazione dei diritti umani nei confronti delle popolazione curde asserragliate dalle truppe turche. Un ordine illusorio che non bada alle parole di un leader che, a un passo dal varcare la soglia d’ingresso dell’UE, invoca la pena capitale, mostrando di non avere il minimo rispetto per la vita e l’esistenza umana. Il carcere inflitto ai giornalisti, la censura di Internet, il controllo sulla stampa sono atti che l’Unione Europea e gli USA tendono facilmente a dimenticare quando ci sono di mezzo interessi di natura economica. Il governo tedesco è stato, infatti, il primo a salutare la vittoria del “governo eletto democraticamente”, mentre il nostro premier Matteo Renzi  si è congratulato per “il prevalere della stabilità e delle istituzioni democratiche”. L’unico appello e monito alla Turchia di Erdogan è quello di “non spargere altro sangue con una nuova ondata di violenze”. Ma, sappiamo tutti, che si tratta di parole vuote che resteranno inascoltate. Ciò che conta è che la Turchia continui a controllare il confine con la Siria per arginare l’afflusso di profughi sul suolo europeo. I sei miliardi spesi dall’UE per l’accordo con Ankara sui migranti e che in cambio ha fornito non pochi vantaggi commerciali (si vedano le agevolazioni sulle esportazioni, in primis l’olio che ha destato tanto clamore nei mesi scorsi) non devono andare in fumo. Ciò che conta per la Nato è continuare le proprie operazioni in Siria e Iraq dalla roccaforte di Incirlick, la base militare presa d’assedio nei giorni scorsi e liberata soltanto ieri.
Poco importa se di mezzo ci vanno dei civili. L’importanza geopolitica della Turchia è una causa da perseguire ad ogni costo e senza considerare le perdite umane.


Anna Rita Santabarbara

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