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Scontro frontale tra due treni, l’Italia in lutto

CORATO, Puglia. 11,30 di una qualsiasi giornata estiva, sulla tratta Corato-Andria delle Ferrovie del nord barese, due treni si scontrano ad alta velocità frontalmente. L’impatto è violentissimo. Lo scenario apocalittico. Più di venti i morti, almeno 50 i feriti. Immediati i soccorsi. "Sembra un disastro aereo" ha affermato il sindaco pugliese Massimo Mazzili, arrivato tempestivamente sul posto. Le notizie si susseguono, tutto il mondo ascolta con apprensione i continui aggiornamenti di quello che è stato già definito come “il più grave incidente ferroviario mai avvenuto in Italia”. "Faremo chiarezza" ha dichiarato il Premier Matteo Renzi, che da poche ore è giunto in Puglia. Nei giorni successivi, con la presa in esame della scatola nera di ciascun treno, si farà luce su eventuali responsabilità, per capire cosa è accaduto negli ultimi minuti prima dello schianto. La procura di Trani ha aperto un fascicolo d’inchiesta, al momento a carica di ignoti, per omicidio colposo plurimo e disastro ferroviario.



Ad Andria, intanto, è stato allestito presso il Palazzetto dello Sport un centro di accoglienza per i parenti delle vittime e di informazioni per il ricongiungimento familiare dei passeggeri coinvolti. Partita subito anche la gara di solidarietà, perché nei momenti di difficoltà, l’Italia sa stringersi in un abbraccio come nessun altro paese. Come testimoniano le code di cittadini che hanno risposto all’appello dell’Avis Corato, che per fronteggiare l’emergenza, aveva richiesto nel pomeriggio sangue, soprattutto del gruppo zero positivo. 


Compito di un buon giornalista è di informare. I manuali ci insegnano questo. Ai congressi i redattori non fanno che ripeterlo. Ci spiegano che bisogna essere puntuali e sintetici. Ma, oggi, sento che non sarebbe abbastanza. E non credo c’entri che io sia pugliese per parte di madre. La tragedia di stamattina sconvolge tutti noi. Senza demagogia, oggi, siamo tutti #JeSuisCorato, oggi siamo tutti col cuore al Sud. Ci ferisce nella quotidianità, spesse volte attentata dall’Isis, a cui purtroppo siamo come assuefatti, che dolorosamente ci ha fatto abituare all’idea di vivere ogni giornata come se fosse l’ultima. Di fronte ai due treni, di cui ormai non resta che un mucchio di lamiere ripiegate su stesse, capiamo invece di dover vivere non come se fosse il primo né tantomeno l’ultimo giorno, ma come fosse l’unico, proprio perché irripetibile. In quel groviglio di latta e morte hanno perso la vita 25 pendolari e, purtroppo, il bilancio delle vittime è destinato a salire. Si scava con le mani, perché è ancora accesa la flebile speranza di estrarre gente viva. Poche righe non sono abbastanza ripeto. Forse, perché il cordoglio dei ministri, che appare giusto e doveroso, suona invece, come una nenia sentita e risentita, di cui faremmo volentieri a meno. Forse perché è vergognoso che su una disgrazia come questa qualcuno non perda l’occasione di fare del disgustoso sciacallaggio politico. Forse perché in un’Italia all’avanguardia, a quanto sembra però solo sulla carta, è incredibile che si viaggi ancora su un binario unico come nel lontano Ottocento. 


Uno scontro simile era avvenuto nel 2005 a Crevalcore, in provincia di Bologna, e sottolineo Bologna, per dire che quella del binario unico è una pratica diffusa tanto a nord quanto a sud, che non riguarda solo quella fetta d’Italia, che da legioni di imbecilli, è stata chiamata su twitter e facebook, “terrona”. Il Belpaese pianse decine di morti, ma a distanza di undici anni, purtroppo, pare averli dimenticati. La storia si ripete, con qualche variante, ma l’uomo non impara. Si corre ai ripari sempre dopo, quando altro sangue è stato versato e altre lacrime sono state sparse. Umberto Saba, poeta ermetico dei primi anni del '900, scrisse che il dolore è eterno: ha una sola voce e non varia e i soccorritori della Croce Rossa, i pompieri e i volontari hanno ascoltato stamane le urla di chi incastrato tra le lamiere accartocciate chiedeva aiuto, le parole dei parenti disperatamente alla ricerca dei propri cari e il silenzio assordante, che sovrastava ogni cosa. 


Oggi, come allora, viaggiavano sui convogli operai, impiegati, studenti … I pendolari che d’inverno escono quando è buio e rientrano col buio, i pendolari che a dicembre si coprono per i condizionatori a manetta e a luglio cercano refrigerio contro la soffocante aria calda, i pendolari che non fanno più a caso a sedili malridotti, bagni intasati e attese interminabili più vicine a reincarnazioni di nuove vite, dove si spera che i treni non facciano più ritardo, ma che, addirittura, arrivino in anticipo. In una giornata tanto infelice per il nostro paese, probabilmente è bene concludere con le testimonianze di chi ce l’ha fatta. Da Giuseppina Rutigliani, che ha salvato la vita del marito Matteo Mascoli, con cui è sposata da 40 anni. I due stavano andando insieme a Corato all’istituto, dove è ricoverato il loro figlio disabile; a Samuele, un bambino di 5 anni, che durante l’operazione di soccorso è stato tranquillizzato dai vigili del fuoco con un paio di video di cartoni animati mostrati sul cellulare. E ancora la storia di una madre che, dopo aver girato per ore in lungo e largo, ha ritrovato solo poco fa, all’ospedale di Barletta, la propria figlia quasi incolume. 


Quest’articolo non può raccontare la tristezza, la rabbia e la paura, per una disgrazia, che poteva essere evitata. Poche righe non erano abbastanza, svolgere il compitino d’articolista non era abbastanza. Il pensiero della redazione va alle famiglie delle vittime, ai sopravvissuti, che mai dimenticheranno quell’inferno di grida e disperazione, alle mani di quanti hanno aiutato e alle bocche di quanti hanno pregato. Anch’io quasi tutte le mattine, prendo un treno regionale, di quelli che qualche ospite tv, umorista senza spirito, ha chiamato “carro bestiame”. No, non basta. Non esiste un’ora esatta in cui morire, né è lecito sapere quando il grande burattinaio tirerà definitivamente i fili, tuttavia incidenti come questi ricordano le mancanze di chi potrebbe fare di più. Lo Stato oggi più che mai ci ha fatto sentire poco protetti e tanto soli.


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