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The Floating Piers di Christo: quando l’uomo è parte dell’opera

Se arrivi ai Floating Piers di Christo e non hai idea di chi sia o cosa abbia fatto questo artista, non ti preoccupare. Non è importante. Se arrivi ai Floating Piers sul lago d'Iseo quando tra te e i lunghi moli giallo-arancioni ci sono due ore di fila, non ti preoccupare. Non è importante. Perché qui non è come in un museo, dove la gente si accalca, fotografa, vocia, ride, si avvicina, tenta di toccare, e il brulicare di umanità conferma l'estraneità della confusione alla contemplazione. Qui l'uomo è parte dell'opera.


Come in altri lavori dell'artista – dagli "impacchettamenti" di edifici a quelli di isole – il pubblico è parte dell'arte. Ma c'è qualcosa di diverso tra la pura meraviglia di un nuovo modo di vedere un oggetto parte del tuo mondo e quello che succede qui. Mentre cammini sui lunghi moli che ondeggiano sull'acqua del lago, ti accorgi di come la tua attenzione non sia in realtà concentrata sull'opera in sé. Se non saltuariamente, non ti chiedi: “Perché ha fatto questo?". La tua percezione viene scaraventata in una giostra centrifuga che rende persone, natura, passerella, case, chioschi, monti, acqua, un unus fatto di molteplici centri. Ognuno necessario e fondamentale. Passi di fianco a un'anatra che copre i suoi anatroccoli dal sole. L'addetta, con caratteristico accento lombardo, grida: "È solo un'anatra, andate avanti!". Ma non è vero. È anch'essa parte di questo tutto, come noi, come l'addetta, come la sporcizia che si sedimenta sul telo arancione, come chi sceglie di percorrere questo cammino scalzo, seguendo le indicazioni dell'artista, o, fregandosene altamente, con scarpe e sandali. Anche il vociare continuo della gente, le calche, le anziane del luogo che berciano da una panchina, il tuo scherzare con gli amici, il soffrire il caldo, bestemmie e improperi, sono come voluti, pensati. Sono tessere di un mosaico che, anche solo senza una di esse, sarebbe vuoto, insensato.


L'arte – pardon: l'Arte – per essere tale deve avere in sé un seme che va oltre l'intellettivo, il concetto filosofico e la pura estetica. Dev'essere porta verso il non conosciuto, gradino emozionale che avvicina a un divino, risposta muta a domande senza parole. Walter Benjamin chiamava questo seme, questo germe d'infinito, aura. Lontananza di una vicinanza.
E i Floating Piers sono anche questo. Sono cammino profano e purificatore che svela certezze, mette alla prova, fa ricordare e immaginare, fa andare avanti, ridere, vivere. Nell'ondeggiare della passerella puoi a tratti credere di sentire il respiro di un dio sommerso, il fiato etereo di un drago che si snoda dormiente sotto i tuoi piedi. E forse tutto questo cela paure antiche ma, come nessun'altra opera, mostra insieme il più grande limite e speranza di ogni elemento del mondo: l'impossibilità dell'essere soli.

Cosimo Monari 

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