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Chi è Ali Al-Sistani, l’uomo più potente in Iraq?

Ha chiamato gli iracheni a votare e ad imbracciare le armi contro lo Stato Islamico. Vuole che l’Islam sia la principale fonte di ispirazione legislativa, ma non che gli Imam governino. Egli ha però, come principale merito, quello di aver tentato di contenere l’escalation di violenza iniziata dopo la caduta di Saddam Hussein. Colui che molti considerano l’uomo più potente dell’Iraq non è un politico, ma un religioso, il Grande ayatollah Alī al-Husaynī al-Sīstānī, leader spirituale di milioni di fedeli in tutto il mondo.


A Sua Santità, come si riferiscono a lui i suoi collaboratori, non piacciono le fotografie e neanche le interviste, né si prodiga in cerimonie pubbliche. Avvicinandosi agli 87 anni, vive recluso in una modesta villa a pochi passi dalla moschea dell’Imam Ali, uno dei luoghi sacri più importanti dell’Islam Sciita.
L’apparente isolamento è però ingannevole. Nonostante la sua età e i problemi di cuore, Sistani continua a ricevere visite quasi quotidianamente e i suoi uffici sono connessi via Internet ad una rete di seguaci in tutto il mondo. Però è il peso delle sue opinioni tra gli Sciiti iracheni (quasi i due terzi della popolazione), ciò che lo ha reso un referente chiave nell’intento di trasformare l’Iraq da una dittatura in una democrazia, dopo l’invasione statunitense del 2003.
Così lo riconoscono i governi occidentali, preoccupati dall’assenza di una figura del suo calibro che possa, arrivato il momento, succedergli. Lo dimostrano anche le visite periodiche che gli fa il rappresentante speciale dell’ONU per tenerlo informato.
Riceve seduto a terra, in una stanza dalle pareti spoglie, rinfrescata da un vecchio condizionatore. Chi non ottenne mai un incontro fu Paul Bremer, l’ambasciatore USA; infatti concedendoglielo avrebbe legittimato la presenza straniera sul territorio. Nonostante ciò, non si oppose direttamente a questa, come suo figlio e suo portavoce Mohamed Reza, spiegò in diverse occasioni. La sua richiesta di elezioni dirette, quando gli occupanti proponevano che la Costituzione la redigesse un’Assemblea Costituente, gli garantì il rispetto di molti iracheni, anche al di fuori della sua comunità.
Non gli sono neppure mancate le critiche, in particolare di coloro i quali non hanno digerito la condivisione del potere con gli sciiti dopo che per decenni era stato prerogativa della minoranza sunnita. Motivo di svariate accuse sono state anche le sue origini iraniane. Non è di certo un segreto. Stando alla sua biografia ufficiale, nacque nel 1930 nella città santa di Mashhad, nella zona nord orientale dell’Iran.
Si trasferì a Najaf ad appena 21 anni per frequentare il seminario del Grande ayatollah Abu al-Qasim al-Khoei, allora massima autorità sciita. Alla sua morte, nel 1992, Sistani divenne il suo successore.


Così come il suo mentore spirituale, Sistani rifiuta la teoria del  ,anche detta del giurisperito, ideata dall’ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica Islamica. Sistani sostiene infatti che debbano essere i politici e non i religiosi ad occuparsi dell’amministrazione dell’Iraq, marcando una chiara differenza con la teocrazia sciita del vicino Iran, dove un ayatollah ricopre la carica di leader supremo.
Sistani pretese comunque che l’Islam fosse riconosciuto come religione ufficiale e che le leggi non contraddicessero i suoi principi. Si è anche distanziato dal “silenzio politico” di Al Khoie intervenendo pubblicamente qualora la situazione lo richiedesse. Diverse volte ha esortato gli sciiti a non rispondere agli attentati che gli estremisti sunniti compivano da un decennio, finanche nei momenti di maggiore tensione come nel 2006 dopo l’attacco alla moschea dorata di Samarra.
Allo stesso modo, due anni fa, quando lo Stato Islamico minacciava Bagdad dopo aver preso Mosul, Sistani fece una inusuale chiamata alle armi per frenare la sua avanzata. Scatenò un’enorme mobilitazione, ma invece di rafforzare le schiere dell’esercito diede inizio al risorgere delle milizie. Con lo scopo di appoggiare lo Stato di fronte al crescente potere dell’Iran, il Grande ayatollah fece un altro passo fondamentale e, a metà del 2015, attraverso i suoi rappresentanti, durante le preghiere del venerdì, sollecitò il primo ministro Haydar al-'Abadi a lottare contro la corruzione, a riformare il potere giudiziario e ad aumentare le forze di sicurezza.
Deluso per la mancanza di risultati, agli inizi di quest’anno comunicò che da quel momento avrebbe mantenuto il silenzio. Sono oggi in molti ad affermare che senza la sua voce in favore della moderazione, della pace e della tolleranza, sul suolo dell’Iraq sarebbe stato versato molto più sangue.

Luigi Credentino

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