Ultime Notizie

Diceria dell'untore, il capolavoro del maestro Gesualdo Bufalino



Gesualdo Bufalino nacque a Comiso il 15 novembre 1920 e si è rilevato tardivamente al mondo letterario, grazie all’intelletto dell’amico Leonardo Sciascia, lanciandoci al pubblico col breve romanzo ‘Diceria dell’untore’ (1981) ambientato in una degenza nell’immediato dopoguerra. Bufalino si muove tacitamente nell’ambiente letterario italiano novecentesco, spesso considerato erroneamente ‘scrittore di seconda classe’ rispetti ai colleghi Italo Svevo, Capuana o Tomasi di Lampedusa. 



Fin da piccolo il suo spirito intellettuale si è mosso negli ambienti meridionali dell’isola, tant’è che nel 1939 ricevette un premio di prosa latina bandito dall’Istituto nazionale di studi romani, con ricevimento a Palazzo Venezia da parte del duce Mussolini. Gli anni successivi dovette prender parte al secondo conflitto mondiale e si ammalò di tisi ma ben presto la sua salute tornò ad essere forte e pronta per nuove avventure. 
Tra il 1946 e il 1948 insieme a Romano pubblicò un corpus di liriche e prose su due periodici lombardi – L’uomo e Democrazia – nel 1956 collaborò a una rubrica di poesie sul terzo canale della Rai. Ben presto si rese conto che le luci e la televisione non rientravano nelle sue prerogative e decise di optare per una vita semplice e ritirata dedicandosi all’insegnamento in un istituto magistrale di Vittoria. 


Tra le sue opere importanti ricordiamo: L’amaro miele, 1982; Museo d’ombre, 1982; Argo il cieco, 1984; L'uomo invaso, 1986; Le menzogne della notte, 1988, il quale vinse il premio Strega; Cere perse, 1985; La luce e il lutto, 1988; Saldi d'autunno, 1990; Il malpensante, 1987; Dizionario dei personaggi di romanzo, 1982; Il matrimonio illustrato, 1989. 
Gesualdo Bufalino scomparì nel 1996 a causa di un incidente stradale nella sua amata Sicilia. 
Secondo quanto detto in precedenza il romanzo più conosciuto, e apprezzato dalla critica, dell’autore è Diceria dell’Untore iniziato nel 1950, ripreso nel 1971, ma pubblicato nel 1981. L’opera ebbe un immediato successo, vinse il premio Campiello, e nel 1990 è stato tratto un film omonimo per la regia di Beppe Cino. 


Il libro è ambientato nell’estate del 1946 quando un giovane, reduce della seconda guerra mondiale, dovrà affrontare un nuovo ‘apprendistato di morte’ nel sanatorio della Rocca nei pressi di Palermo. Insieme a lui ci saranno altri compagni/reduci della guerra: il colonello Sebastiano, i due Luigi (l’Allegro e il Pensieroso), Giovanni, Angelo e il cappellano. Il medico, Mariano Grifeo Cardona di Canicarao detto Gran Magro, il quale afferma l’esistenza di Dio con beffarde argomentazioni. Il Gran Magro stringe un rapporto privilegiato col protagonista, incarnando la funzione quasi di io narrante, perché si offre ascoltatore ‘acquiescente per le sue empiaggini’. Spesso entrambi si trovano a riflettere sulla morte e il Sublime nelle segrete stanze del sanatorio. I due arrivando a discutere su meditazioni filosofiche confrontate a quelle di Padre Vittorio che cercando di convertire alla fede cattolica il protagonista finisce anche lui a essere scettico. 
I giorni estivi trascorrono infuocati nell’aria afosa mediterranea e il Gran Magro, per sfuggire alla noia, decide di allestire vari spettacoli con protagonisti i pazienti del sanatorio. In un numero di danza si esibisce Marta Blundo una ventenne bellissima e affascinante ‘dalla vita sottile’, il protagonista rimane folgorato da cotanta eleganza e decide di invitarla a uscire con lui, ma il Gran Magro accortosi dell’invito dice di tenersi lontano dalla donna perché è gravemente ammalata di tisi. Non riuscendo a comunicare con Marta nel reparto femminile, il giovane cerca di distaccarsi da lei e parte per una vacanza verso il suo paese natale ma non riesce a distrarsi. 


Quando torna alla Rocca si mette in contatto con la ragazza e la incontra durante le libere uscite. Nei loro rendez-vous Marta racconta al giovane le ambiguità e le ‘carezze di vecchio’ da parte del Gran Magro, storie spesso condite da molta teatralità. La vicenda si conclude con la fuga in macchina dei due ragazzi nei paesi del Palermitano in cui i viaggi profumano di congedo e speranza in una futura guarigione che non avverrà mai. La Blundo stremata da una violenta emottisi, muore in un alberghetto, e il giovane apprende dai documenti di riconoscimento che il suo cognome reale fosse Levi e non Blundo secondo quanto lei sosteneva. 
I mesi successivi vedranno il protagonista dispiaciuto per la perdita degli altri protagonisti, tra cui anche il Gran Magro, si renderà conto che se la morte resta un mistero, la guarigione è una caduta da cui potrà riscattarsi rendendo ‘testimonianza, se non delazione, d’una retorica e d’una pietà’.

Prima Pagina on line (www.primapaginaonline.org) - Testata registrata al Tribunale di Bologna, pr. n. 8292 del 06/03/2013. Sito progettato da Templateism.com Copyright © 2011

Powered by Blogger.