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Il terremoto e la necessità della testimonianza secondo la semiotica

Sabato 27 agosto. Ascoli Piceno. Ore 11:30. I funerali hanno inizio nella palestra Monticelli. 46 bare, tra le salme anche quelle dei bambini. Renzi, Mattarella e Boldrini presenti. Giornata di lutto nazionale.


Le catastrofi naturali come i terremoti, così come qualunque esperienza implichi morte o minaccia di morte, lesioni e aggressioni, sono filtrate dall’enciclopedia di una cultura come eventi memorabili. Eventi, cioè, che confluiscono in quel contenitore di modalità e forme, attraverso cui sono disponibili informazioni e significati, in un momento diverso da quello in cui ciò di cui si parla è accaduto. Si tratta della memoria secondo la semiotica. Eventi simili creano delle ferite sia nel singolo individuo, si parla in psichiatria del disturbo post-traumatico da stress, sia nella collettività coinvolta, i cui membri, dopo un avvenimento che va a ledere proprio l’identità della comunità sociale, faticano a sentirsi parte della stessa. Aspetto dibattuto e analizzato da storici, scienziati umani e analisti di testi è quello che concerne la testimonianza. Esiste uno scarto che inevitabilmente viene a crearsi tra l’evento in sé e i discorsi che raccontano l’evento. Esistono i testimoni, e i testimoni secondi. I primi sono i sopravvissuti, gli altri sono coloro i quali andranno a redigere la pagina di storia che li vede protagonisti. Grande assente in questi racconti sarà però il trauma. Difficile da isolare all’interno di un territorio in cui realtà, interpretazione, attori e interpreti tendono a concatenarsi e a confondersi rendendo difficile illuminare sotto il giusto rispetto l’oggetto in sé. Gli individui che assistono a disastri come quello del centro-Italia dei giorni scorsi difficilmente potranno ricostruire i fatti accaduti, potranno tutt’al più custodire un bagaglio patemico. Testimone attendibile sarà il corpo dei soggetti ma una ricostruzione cognitiva avverrà solo dopo un lungo periodo e se il sopravvissuto riuscirà a elaborare l’esperienza, smettendo di subirla come un sintomo. Costruire un racconto testimoniale significherebbe per il superstite scindersi in osservatore del passato e protagonista dello stesso. Il che è molto difficile. Il mediatore a sua volta non naviga in acque migliori, ma è suo i il compito di mettere in narrazione questo tipo di eventi. Perché grazie alla trasformazione di un ricordo in racconto si impedisce ad esso di diventare ossessione. Ciò vale per il singolo e per la comunità di cui fa parte.


Arduo incarico quello dei testimoni secondi, purtroppo sempre più intralciato da una realtà mediatica che privilegia l’intimità del soggetto traumatizzato, spettacolarizzandone il dolore e conferendo alla sofferenza il valore di merce.
È importante offrire un percorso di sostegno ai terremotati così come ai soccorritori, non esenti dal trauma, da un punto di vista diretto, ovvero psicologico ed economico. Tuttavia, occorre anche capire e far capire il passato, fissandolo nella memoria culturale, nella speranza che esso possa insegnare a prevenire altre catastrofi in futuro, laddove questo sia possibile. In semiotica diremmo che oltre a occuparsi di ciò che succede è sempre altrettanto fondamentale capire il come succede e il perché. Solo così si può dare un significato alla realtà, rendendola intellegibile e imparando dal passato a non commettere gli stessi errori, quelli che non rientrano nella percentuale di rischio che è natura e la natura non si può controllare.

Mariateresa Antonaci

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