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Un viaggio nell’isola sarda: il libro di Giulio Cesare Mameli

“Non sempre le azioni dell’uomo sono dettate da una spiegabile, particolare motivazione. Così può capitare che un poeta venga colto da una irrefrenabile vena poetica in preda alla quale si lascia andare all’improvvisazione di versi suggeriti dalla fantasia, senza conoscerne la motivazione né il destinatario. Allo stesso modo capita che un pittore tracci le linee di pennello su una tela, senza sapere cosa vuole creare, ammirando infine l’opera realizzata, consapevole che era proprio quello il progetto che voleva realizzare. […] Allo stesso modo uno scrittore sconosciuto comincia la stesura di un racconto, senza conoscerne né la trama né i personaggi, scoprendo alla fine che entrambe le cose erano nella sua mente da anni ed erano proprio quelle le cose che voleva scrivere.”


Luisu è un bravo giovane, assennato e serio, e fa il Carabiniere. Non dimentica, per questo, le sue origini. Nato in un paesino della Sardegna ogliastrina, Colovreddu, è cresciuto in modo umile e giusto, imparando le regole di un vivere sano e antico. Ama la sua isola – da morire e senza negazioni – e il mare, quel mare limpido e cristallino, lo fa sognare sebbene sia spesso lontano.
“Luisu respirava il mare a pieni polmoni. Lo amava perché era l’unica cosa che lo legasse a doppio filo alla sua Sardegna ovunque si trovasse. Perché nonostante gli studiosi e i navigatori avessero assegnato nomi diversi a tutti i mari del mondo, per lui il mare aveva solo un nome: il mare. Ed era lo stesso in tutto il mondo. E tutti i mari del mondo gli ricordavano il suo mare e la terra di Sardegna.”
Ogni volta che torna a casa i ricordi lo assillano, lo riportano al passato, si rincorrono nella sua mente giocando a nascondino. Ricordi belli e brutti, di festa e di tragedia. È proprio agli eventi della sua esistenza che pensa quella notte che presagisce l’alba, mentre cerca nel cielo la sua stella protettrice. È nato in una buona stella o in mal’astru (cattiva stella)? È questa la domanda insita negli occhi persi in quella cupola nera e oscura che è il cielo prima che sorga il sole.


Ha imparato da suo padre, Austinu, a badare le bestie, a portarle al pascolo, a tosarle e a mungerle per ricavarne il formaggio. Si è sentito un uomo quella notte – la prima notte in assoluto, quella che lo riempie di gioia e orgoglio ancora dopo tanti anni – che è rimasto con il padre a dormire all’ovile: è stato allora che ha scoperto quanto sa essere freddo, gelido, sferzante il vento di “matacìli”, vento dell’alba – quello che si alza poco prima che la notte lasci il posto al giorno, che fa rabbrividire e non solo per il freddo ma per la magia che reca.
Quel vento, quello di matacìli che fa drizzare i peli nella testa, lo accompagnerà quasi in tutte le occasioni importanti della sua vita, soprattutto quelle vissute “da uomo”, con importanti responsabilità sulle spalle.
Ha amato la sua famiglia, con quel senso d’onore e di protezione che accompagna tutto il popolo sardo – un onore che sa di rispetto e di frasi dette a fil di labbra, di accuratezza e di sdegno, di offesa e di odio.
Ha trovato, dinanzi a sé, bivi e ostacoli, ma ha sempre affrontato il tutto con lealtà e onestà.
Ha affrontato ogni nuovo giorno con il coraggio di una persona che sa il fatto suo, che ha testa e cuore necessari per cavarsela in questa battaglia che è la vita.
“Nel bene e nel male il futuro era sempre un’incognita cui andare incontro con coraggio e tenacia. A volte anche a muso duro, mai con rassegnazione. Sempre a fronte alta, a dispetto delle avversità terrene, e con l’animo disposto ad accettare anche le contrarietà del cielo, che poteva dispensare lunghi momenti di dolore. Ma, nonostante tutto, un vecchio adagio dell’ovile recitava: Deus non tenet figius de abbandonài (Dio non abbandona mai i suoi figli).”
È diventato un uomo sentendo i racconti della famiglia, le tradizioni, i detti e le usanze e facendo sua ogni cosa che abbia a che fare con questo nostro essere un tutt’uno con la natura, con la luna e con il sole. Con la vita.
E tutto questo vivere in una via giusta, in un cammino retto e onesto, lo rende ciò che è: un uomo, con la “u”maiuscola.
Mentre leggiamo le vicende di Luisu, ci sembra quasi di essere con loro, a brindare o a tremare, a ridere o a temere.
La nostra isola esplode nel nostro cuore.
Ci affezioniamo ad Austinu, uomo forte e coraggioso come un leone. Da lui, proprio come fa Luisu, impariamo leggende e usanze, detti popolari e tradizioni legate ai secoli dei secoli. Con lui scopriamo il retrogusto dolce-amaro della vendetta sfiorata, quando restituire onore alla tua famiglia non sembra poi così importante di fronte alla sofferenza di altre persone.
“La vendetta a volte può avere gli occhi verdi come il mare e in mezzo a quel mare ci si può anche smarrire.”
E quel mare, quel verde, talvolta ha la consistenza di un amore appena sbocciato ma già forte, consolidato.
 Lui deve vendicare il buon nome della sua famiglia, nel contempo è un uomo buono e non sa – proprio  non se ne capacita – perché gli uomini si facciano male l’un l’altro. Sceglie e il sapore della sua decisione è come l’estate: caldo e bello.
Ma perché questa rabbia, questo eterno buon nome da difendere? Le faide, gli assassinii… perché? Perché non optare per l’opportunità di essere sereni, nella tranquillità che dà solo il perdono, la dimenticanza?
“Per quanto tempo le donne di Sardegna avrebbero dovuto continuare a versare fiumi di lacrime, intonando gli struggenti settenari degli atìtidus (canti funebri) e per quanti anni ancora le giovani mamme sarde avrebbero intonato sa ninnìa (la ninna-nanna) ai loro figlioletti orfani inserendo tra un verso e l’altro le parole amore miu bellu coro ‘e su coro miu (amore mio bello, cuore del mio cuore), come se cullassero il loro bimbo e allo stesso tempo richiamassero in vita l’uomo amato”
Ci scopriamo tristi per la povera Beatrice, sedotta e abbandonata in un mondo dove aspettare un bambino senza un marito è un peccato mortale, da punire con ingiurie e insulti. Mentre piange, versando lacrime amare, le versiamo anche noi… noi donne, che da allora abbiamo fatto passi da gigante ma che ancora non siamo salve, fuori dai pericoli che la boccaccia della gente può produrre.
Ci sembra di conoscere zio Antonicu, padre di Salvatore Bargoni, Peddemala. In vita incapace di provare sentimenti, ha fatto piangere lacrime amare a tutti, costringendo Luisu a prendere decisioni importanti, particolari, pericolose. Ha vissuto come una bestia, un cinghiale, e, nemmeno nella eterna dolcezza che dà la morte, ha trovato la pace – una vendetta che non ha più nemmeno il sapore delle lacrime. Ma la colpa di tutto questo furore, di tutta questa voglia di essere ricordato, di tutto questo sociopatico modo di rapportarsi a ogni cosa, non è certo da ricercarsi in un’eventuale educazione, nella famiglia insomma. Perché zio Antonicu ha fatto del suo meglio, ci ha provato a tirar su quel ragazzo con la forza dell’amore e della tolleranza, benché si senta in colpa per aver generato un mostro.
“Purtroppo capita, nella vita, che un padre non sia completamente soddisfatto del suo figlio, anzi, a volte, un figlio può essere una delusione per il proprio padre. Ma in questo caso ogni genitore sa che è proprio quello il momento in cui un figlio ha bisogno del sostegno paterno ed è proprio allora che ogni genitore deve stringere i denti, superando tutte le difficoltà, dimostrando il proprio affetto nei confronti della sua creatura, per fargli sentire la propria presenza nei momenti di maggiore sconforto e per fornirgli un punto di riferimento ed un’arma efficace per non essere sopraffatto nella guerra dell’esistenza. Ma zio Antonicu non era un uomo deluso, era un uomo distrutto. Tutte le speranze che aveva riposto nel figlio, tutte le aspettative, tutti i sacrifici e le rinunce che aveva affrontato per lui, tutto l’amore che il suo cuore aveva prodotto ogni volta che l’aveva visto in difficoltà, tutto l’affetto che gli aveva dato quando lo giocava sulle sue ginocchia, tutto questo si era tramutato in odio nei confronti del suo stesso sangue perché dentro di sé era consapevole di avere fallito come padre.”
Amiamo il Maresciallo Bachis, che in Luisu ha riposto tutte le sue aspettative. Ha creduto in lui, insinuando nella sua giovane mente la voglia di qualcosa di più, senza che questo significasse rinnegare ciò che era la sua vita precedente. Un insegnamento importante è proprio questo, qualcosa che tutti dovrebbero tenere a mente sempre, in ogni attimo della propria vita: non dimenticare ciò che siamo stati, perché ci ha resi quello che siamo oggi.
Oltre l’interesse per tutti i personaggi, descritti con dovizia di particolari, ci scopriamo innamorati della Sardegna, in tutte le sue sfumature, presente nel testo. Si respira l’isola in ogni parola e in ogni detto.
La magia contro l’aquila, assassina di agnelli, quella che va fatta osservando alcune regole – come ci ricorda Austinu – tra cui troneggiano il crederci e l’essere onesti nella vita e con gli altri.
La leggenda del sole che, quando si immerge in acqua per riposare perché nessuno ha più bisogno di lui, trova le perle lucenti e i colori che gli serviranno per brillare durante il giorno.
La luna, madre della notte (mamma ‘e sa note), che veglia sui nostri sogni, capace di proteggerci. Le notti non rischiarate sono, infatti, dette notti di tragedia, di sciagura o di bufera infernale.
Questo e molto altro. In questo testo chiunque si senta sardo nel cuore può riscoprirsi, innamorasi, perdersi. Ogni parola, ogni spiegazione, ogni evento e ogni detto… noi siamo fatti di tutto questo. perché chi è sardo lo è nel cuore. E ci si può trovare a Londra, a Parigi, a Roma… ma quella voglia di mare, di profumo di corbezzolo d’autunno, di ginestre in primavera, di ginepro in inverno, di leccio, di lentischio e cipro (come ci ricorda l’autore, che parla di Luisu ma anche di tutti noi) non ci abbandona e tira sulla mente e sul cuore come fosse una calamita.
Chiudo con un passo tratto dal libro.

“Bentu e matacìli” disse Luisu.
“Cosa vuol dire?”, domandò Pedru.
“Il vento dell’alba”, rispose Luisu, “è quel venticello che soffia la mattina prima dell’alba e che precede la levata del sole.”
“Ho capito”, fece Pedru, “ma come la fai difficile! Il vento è sempre lo stesso!”
“È qui che ti sbagli”, lo corresse Luisu, “il vento non è mai uguale; all’alba porta allegria, la gioia, ti riporta alla vita dopo una notte di sonno. Lo sai che il sonno è simile alla morte; perciò il vento del tramonto è triste, perché ti spinge verso l’’incognita della notte, del buio, non sai mai se rivedrai l’alba.”

TITOLO: Matacìli, Il vento dell’alba
AUTORE: Giulio Cesare Mameli
PAGINE: 256
ANNO: 2002
CASA EDITRICE: Edizioni grafiche del Parteolla

Federica Cabras


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