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Il calcio: un gioco non più made in Italy

Negli ultimi giorni il mondo del calcio è stato scosso dalle dichiarazioni di un baby difensore, ormai ex LAZIO. Ho sentito tante, forse troppe parole ma poche soluzioni, seppur queste ultime siano, a mio avviso, estremamente semplici da trovare. La domanda che mi pongo è: non sarà che queste soluzioni non escano allo scoperto per non intaccare qualche business nascosto?



In qualità di osservatore e presidente di un gruppo operante nello stesso settore cercherò di dare un quadro completo della situazione, offrendo la mia personalissima soluzione a favore della crescita di un calcio squisitamente made in Italy!
Nucleo centrale del problema sta nel fatto che gli interessi economici hanno deciso che alle scuole calcio non debba essere consentito competere con squadre come Napoli, Juventus, Roma, Inter, Sassuolo e via discorrendo.
La domanda sorge spontanea: se ad una data società, che chiameremo X, viene data la possibilità di vincere i campionati regionali e successivamente vincere gli Elite, per quale motivo, pur disponendo di una giusta base economica, non gli è consentito sfidare le società professionistiche entranti in Lega Pro e poter acquisire il diritto di partecipare ai NAZIONALI? Semplicemente perché è in vigore una normativa UEFA a modello piramidale. 
A mio avviso, invece, una società che rispetta i requisiti di strutture, allenatori, formazione e che dispone di un capitale sociale forte è da considerarsi professionistica. 
Questo modo di vedere le cose comporterebbe, inoltre, la fine delle raccomandazioni, poiché le società sarebbero messe alle strette e per non giocarsi la reputazione non dovrebbero più scegliere in base alle offerte degli sponsor ma in base alla qualità della preparazione dei tecnici. Con la conseguenza di dover attingere da tutti quei vivai nostrani che, nel corso del tempo, diventerebbero pericolosi ma allo stesso tempo aiuterebbero il nostro calcio a puntare sulla qualità e non sulla quantità.


Altro quesito riguarda il perché continuare a far iscrivere società barcollanti in Serie B e Lega Pro non permettendo a società con fatturato superiore ad Y (da scegliere in consiglio di LEGA) di poter comprare una società e trasformarla in una squadra di serie B imponendole di far giocare 7 giocatori Italiani con limite di età di 23 anni? 
Il punto appena analizzato consentirebbe un aumento dei calciatori italiani in serie B automaticamente pronti alla serie A e un' imposizione di ricerca sul territorio per poter sfruttare le capacità dei calciatori nostrani coadiuvati da quelli acquistati all’estero che, in questo modo, verrebbero aiutati ad inserirsi nel nostro calcio diventando competitivi in tempi brevi senza mai intaccare il made in Italy.
Un altro punto importante sarebbe offrire agevolazioni fiscali (detassazioni) tramite accordo con lo Stato Italiano per i contratti professionistici biennali che dovrebbero diventare obbligatori già per i calciatori italiani dai 16 ai 18 anni, in modo da tutelarli in caso di infortunio o semplicemente appoggiare la loro scelta di allontanarsi dalle famiglie pur di diventare calciatori professionisti.
Concludendo, i punti focali per raggiungere il nostro obiettivo dovrebbero essere:
1. Meritocrazia a livello del giuoco di base a partire dalle SCUOLE CALCIO dandogli possibilità di diventare ACCADEMIE per meriti sportivi e strutturali.
2. Nulla osta alle società a forte capitale di poter iscriversi al campionato di serie B o Lega Pro ma solo con l’obbligo di schierare 7 calciatori Italiani con limite massimo di 23 anni e senza limiti di extracomunitari per calciatori che hanno già 5 presenze nelle nazionali maggiori d'appartenenza.
3. Offrire agevolazioni fiscali tramite lo Stato Italiano per i contratti aspiranti calciatori professionistici biennali da obbligare già per calciatori italiani dai 16 ai 18 anni così da tutelare i calciatori che si infortunino (anche perché se gli atleti che svolgono le olimpiadi sono spesati dallo stato, lo stesso deve inevitabilmente trovare una soluzione per tutelare i minori e agevolare la crescita di atleti italiani). 

Francesco Aiello

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