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La parabola a precipizio della politica: da Aldo Moro alle leggi “ad personam”

Due volte Presidente del Consiglio tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, quattro volte ministro, esponente di spicco della Democrazia Cristiana (della quale è stato segretario dal ’59 al ’64), Aldo Moro ha attraversato gli anni chiave della nostra Repubblica. L’ha vista nascere, partecipando ai lavori della Costituente, e l’ha vista soffrire sotto i colpi dei proiettili. Erano gli “anni di piombo”, anni durante i quali gruppi terroristici appartenenti alle ali più estremiste delle parti politiche non risparmiavano nessuno. Giornalisti, intellettuali, politici. Chi era considerato scomodo veniva eliminato con un colpo di pistola. E proprio questa fu la fine che toccò a Moro. Oggi, a cento anni esatti dalla sua nascita, non voglio fare un articolo su di lui: sarebbe più che giusto ma allo stesso tempo anche troppo banale. Non mi riterrei soddisfatto. Così ho pensato di restare ai giorni nostri e di osservare come sia cambiata la concezione della politica e soprattutto del mestiere del politico.




La crisi dei partiti: oggi come cinquant’anni fa. Ma senza tutti questi delinquenti
"Parliamo, giustamente preoccupati, di distacco tra società civile e società politica e riscontriamo una certa crisi dei partiti, una loro minore autorità, una meno spiccata attitudine a risolvere, su basi di comprensione, di consenso e di fiducia, i problemi della vita nazionale. Ma, a fondamento di questa insufficiente presenza dei partiti, non c'è forse la incapacità di utilizzare anche per noi, classe politica, la coscienza critica e la forza di volontà della base democratica?"
Era il 1969 quando Aldo Moro fece questa riflessione ad un congresso della Democrazia Cristiana. Eppure nonostante siano trascorsi quasi cinquant’anni, la crisi dei partiti è tuttora all’ordine del giorno. Una volta contavano le idee: oggi le idee sono un lusso da potersi permettere in un Paese come l’Italia. Primo perché scarseggiano; secondo perché contano molto i singoli candidati e, soprattutto, la loro fedina penale. Gli anni in cui Moro è stato attivo politicamente erano gli anni del dopoguerra, anni in cui c’era la volontà da parte delle forze politiche di ricostruire l’Italia flagellata dalla Seconda Guerra Mondiale e dal ventennio fascista. Di fatti, a partire dall’Assemblea Costituente, i rappresentanti del popolo italiano erano personalità del calibro di De Gasperi, Einaudi, Pertini, Nenni, Parri, Calamandrei, Terracini, Nilde Iotti. C’era anche Andreotti ma va bene: una pecora nera ci può anche stare. Ma le pecore nere devono essere l’eccezione, come accadeva allora. Oggi la situazione si è completamente ribaltata. La persona onesta e perbene è l’eccezione, e infatti non conta quasi mai; chi si è distinto per alti meriti penali ed affaristici allora sì che può aspirare ad una carriera politica. Non essendo vissuto in quegli anni non so dire da cosa fosse rappresentata quella crisi che denunciava Moro tra la società civile e quella politica. So però da dove è partita quella di questi ultimi anni. 



Tangentopoli: i partiti alla sbarra
Sandro Pertini una volta affermò: "Chi entra in politica deve avere le mani pulite". Mi ha sempre impressionato, a distanza di anni, del fatto che il governo coincidente col suo mandato di Presidente della Repubblica fu quello guidato da Bettino Craxi. Al Quirinale il politico forse più onesto e umile che l’Italia abbia mai conosciuto; a Palazzo Chigi uno per cui neanche tutti gli improperi di questo mondo sarebbero sufficienti. 
Il 1992 è un anno cruciale per il nostro Paese: al sud vengono fatti saltare in aria i due giudici più famosi, Falcone e Borsellino. Al nord, presso la Procura di Milano, c’è un pool composto da Di Pietro, Davigo, Colombo, Borrelli, Boccassini, D’Ambrosio e Spataro che sta indagando sul sistema di corruzione più grande d’Europa. Tutto parte dall’arresto del deputato socialista Mario Chiesa il 17 febbraio, per una tangente che gli doveva essere consegnata dall’imprenditore milanese Luca Magni. Craxi, segretario del Partito socialista, dichiara che quello di Chiesa è un caso marginale in quanto "è una mela marcia". A quel punto Chiesa, dal carcere, contatta Antonio Di Pietro e gli dice: "Ora le racconto il resto del cestino". E così mese dopo mese, di confessione in confessione, si arrivò anche a Bettino Craxi. Il 30 aprile 1993 (giorno nel quale fu negata l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti) Craxi tenne un discorso memorabile alla Camera nel quale affermava che tutti rubavano e che se qualcuno avesse detto il contrario "presto o tardi i fatti si sarebbero incaricati di chiamarlo spergiuro". Ecco la crisi dei partiti. Ecco la piaga attuale che attanaglia il mondo politico: il qualunquismo. Di sicuro c’erano molti che rubavano, ma è impensabile che rubassero TUTTI. Ad ogni modo, nel luglio del 1995 fu ufficializzata la latitanza di Craxi, rifugiatosi ad Hammamet sotto la protezione di Ben-Alì dove morì il 20 gennaio 2000, dopo che diverse condanne erano passate in giudicato. 
Naturalmente la vicenda ha riguardato tutti i partiti, da destra a sinistra. L’esempio più tangibile (tanto per restare in tema) è la maxitangente Enimont. L’Enimont è una joint venture tra la Montedison di Raul Gardini e l’Eni. A un certo punto qualcosa si spezza: Gardini vorrebbe avere il comando assoluto su quel colosso della chimica, ma non può per via dello Stato. Così decide di rivendere la sua quota di partecipazione all’Eni e, per ottenere uno sgravio fiscale sull’operazione, di affittare il Parlamento. Il prezzo concordato è di 140 miliardi di lire, così suddivise: 11 miliardi a Craxi, 8 a Citaristi e Forlani per la Democrazia Cristiana, 1 miliardo al Partito comunista, 5 miliardi e mezzo a Cirino Pomicino, mezzo miliardo a Claudio Martelli, 300 milioni a Giorgio La Malfa, altri 300 a Carlo Vizzini, 100 a De Michelis, 200 ad Altissimo del Partito liberale e altri 200 alla Lega Nord di Umberto Bossi. All’appelo manca l’altra metà della maxitangente: i magistrati di Milano non scopriranno mai che fine abbia fatto. Tutte le persone citate in questo elenco sono poi state condannate in via definitiva con pene da 6 mesi a 3 anni di reclusione. 

L’avvento ad personam di Berlusconi
"L'Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato da mio padre e dalla vita, il mio mestiere d'imprenditore. Qui ho anche appreso, la passione per la libertà. Ho scelto di scendere in campo, e di occuparmi della cosa pubblica, perché non voglio vivere in un Paese illiberale governato da forze immature, e da uomini legati a doppio filo, a un passato politicamente ed economicamente fallimentare".
Con queste parole Silvio Berlusconi, in un videomessaggio trasmesso dalle tv il 26 gennaio 1994, annunciava la sua discesa in campo attraverso il nuovo soggetto politico Forza Italia
"Silvio Berlusconi è entrato in politica per difendere le sue aziende": questa è invece una dichiarazione risalente al 28 dicembre 1994 di Marcello Dell’Utri, braccio destro di Berlusconi, attualmente in galera per mafia.
Ma quale di queste due versioni è quella vera? "La seconda che hai detto", come direbbe Guzzanti nei panni di Quelo. Infatti già durante il primo Governo Berlusconi viene approvato il decreto “salva ladri” che favorisce gli arresti domiciliari anziché la galera diretta per i reati legati alla corruzione. Qualche giorno più tardi, Paolo Berlusconi si costituirà ai carabinieri rivelando un pagamento illecito pari a 330 milioni di lire ai finanzieri che ispezionavano le società del gruppo Fininvest: Mondadori, Videotime e Mediolanum. In serata otterrà naturalmente gli arresti domiciliari. Era stato davvero Paolo Berlusconi a commettere il reato? Assolutamente no. Era stato suo fratello Silvio che però nel frattempo era diventato Presidente del Consiglio e aveva bisogno di qualcuno che si prendesse la colpa. 
Berlusconi tornerà al governo nel 2001 e una seconda volta nel 2008. Ecco tutti i provvedimenti ad personam varati durante i suoi governi:

· Legge sulle rogatorie internazionali (processo “Sme-Ariosto 1” per corruzione in atti giudiziari);

· Depenalizzazione del falso in bilancio (processi “All Iberian 2” e “Sme-Ariosto 2”);

· Legge Cirami: tentativo di spostare i processi al Cavaliere da Milano a Brescia;

· Lodo Schifani: divieto di sottoposizione a processo delle cinque più alte cariche dello Stato;

· Decreto “salva Rete 4”: consentire a Mediaset di continuare a trasmettere in analogico a sfavore di Europa 7;

· Legge Gasparri: consente di evitare la riduzione delle concessioni a Mediaset;

· Condono edilizio (inclusa Villa Certosa);

· Legge ex Cirielli: riduzione dei tempi della prescrizione (processo “Mills” e “Diritti TV Mediaset”);

· Legge Pecorella: abolizione della sentenza di appello quando il PM ricorre contro l’assoluzione o la prescrizione dell’imputato;

· Lodo Alfano: divieto di sottoposizione a processo delle quattro più alte cariche dello Stato;

· Legge Tremonti-bis: abolizione dell’imposta di successione per i grandi patrimoni (per esentarne al pagamento la famiglia Berlusconi);

· Decreto salva-calcio: consentire di diluire sui bilanci societari in un arco di tempo pari a dieci anni le svalutazioni dei giocatori;

· Incentivo per l’acquisto del decoder: a beneficiare di tale incentivo è la società Solari.com, di cui è azionista di maggioranza Paolo Berlusconi;

· Decreto anticrisi: raddoppio dell’IVA dal 10 al 20 per cento sulle tv a pagamento (norma fatta per sfavorire Sky);

Sì. Direi che qualcosa è cambiato. 

Matteo Menegol

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