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Napoli, dibattito su riforma costituzionale e referendum alla FEDERICO II: oltre 400 gli studenti presenti

“Legum omnes servi sumus ut liberi esse possimus” (“Affinché tutti possiamo essere liberi, dobbiamo tutti servire la legge”, Cicerone). Questa l’espressione densa e veritiera che ha incorniciato il dibattito che si è tenuto presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università “Federico II” di Napoli mercoledì 21 settembre. Un’iniziativa intitolata “Studiare la riforma: verso il referendum costituzionale”, voluta dal comitato degli studenti della facoltà assieme ai docenti ed aperta a tutta la cittadinanza, studenti e non. Al dibattito hanno partecipato alcuni tra i più insigni studiosi del Diritto Costituzionale nonché il sindaco della città, Luigi De Magistris, accolti con successo da una platea di oltre 400 giovani studenti. Un dibattito aperto in cui si è tentato di discutere e capire che cos’è la riforma costituzionale promossa dal governo e sottoposta a breve a referendum popolare e che cosa cambierà per lo Stato e per la vita dei cittadini.


Il primo problema posto dai relatori ha riguardato la legittimità del governo di “mettere le mani” sulla nostra Costituzione. “Il Porcellum è stato dichiarato incostituzionale perché non garantisce la rappresentatività ma soltanto la governabilità”, ha chiarito il professore Alessandro Pace dell’Università “La Sapienza” di Roma, precisando che a seguito della sentenza della Consulta il presidente della Repubblica allora in carica, Giorgio Napolitano, avrebbe dovuto sciogliere le Camere entro 3 mesi, come previsto dalla Costituzione stessa. I fatti sono andati però diversamente. “L’incostituzionalità della legge elettorale non implica l’incostituzionalità del Parlamento altrimenti tutti gli atti da esso compiuti sarebbero nulli”, obietta il professor Frosini, ordinario alla Suor Orsola Benincasa.
Per quanto concerne le modifiche alle norme costituzionali, poi, secondo il prof. Pace queste non possono essere considerate un’opera di “revisione o manutenzione” del nostro testo di legge fondamentale. “Si parla di revisione puntuale quando si modificano i singoli articoli. Questa riforma invece cambia ben 47 articoli”.



Certamente entrambe le parti, quella del SI e quella del NO sono d’accordo nella volontà di superare il bicameralismo perfetto che “prevede che due organi dello stato, Camera e Senato, abbiano le stesse funzioni”. Ciò, però non vuol dire, però, precisa Pace, accettare una riforma che prevede un rafforzamento eccessivo dell’esecutivo con un Senato di nominati non eletti dal popolo, come invece previsto dall’art. 1 della nostra Costituzione: “la sovranità spetta al popolo”. Il contrasto, insomma, nasce in seno alla riforma stessa che da un lato promette di non modificare i 12 principi fondamentali e dall’altra li contrasta fortemente nei fatti e nelle procedure, prima fra tutte l’elezione dei senatori. Senatori che, continua Pace, godrebbero non solo dell’immunità parlamentare, ma dovrebbero svolgere un doppio lavoro a discapito dei territori amministrati. Un sindaco, insomma, dovrebbe pensare ad amministrare la sua città e ad essere presente sul proprio territorio oppure impiegare il proprio tempo a Roma a Palazzo Madama? A sottolineare quanto contribuisca a creare disordine amministrativo oltre a privare del diritto di voto diretto i cittadini interviene anche il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. “Per me la Costituzione italiana è la più bella del mondo”, parla convinto il primo cittadino e sottolinea che uno dei motivi che lo spingono ad amare e difendere la nostra carta costituzionale è la “chiarezza”, differentemente dall’ingarbugliato testo che si sostituirebbe a quello attuale. “Non è vero che la politica e le istituzioni non devono schierarsi. Io mi schiero e voterò NO”, ha detto con forza. Insomma, la riforma costituzionale promossa dal governo ha subito non poche critiche a causa del suo carattere “autoritario”. La Camera, infatti, eleggerà il Senato (non è chiaro quali saranno i criteri per la scelta di sindaci e consiglieri regionali), che a sua volta potrà eleggere il Consiglio Superiore della Magistratura e la Corte Costituzionale. Le opposizioni, in un contesto del genere, secondo Pace non avrebbero alcuna garanzia né tutela: basta che il partito di maggioranza sia compatto per vedere approvata ogni proposta di legge. Che ne sarà allora del Senato delle autonomie? “Non ha motivo di esistere qui in Italia”, precisa il giurista, “perché il nostro non è affatto uno Stato federale”.

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