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Referendum Costituzionale: i maggiori affaristi del mondo schierati per il SI

Il referendum costituzionale s’ha da fare. Ed è chiaro che ormai si tratta di una questione internazionale e non solo italiana. “Il NO al referendum sarebbe un passo indietro per gli investimenti stranieri in Italia”, afferma l’ambasciatore americano in un intervento tenuto nel corso di un incontro sulle relazioni transatlantiche organizzato a Roma all’istituto di studi americani due giorni fa. “Il referendum è una decisione italiana”, ma il Paese “deve garantire stabilità politica. 63 governi in 63 anni non danno garanzia”. E aggiunge che l’eventuale vittoria del SI rappresenta “una speranza sulla stabilità del governo per attrarre gli investitori”. Insomma, l’America del presidente uscente Barack Obama si schiera a favore del SI ed offre tutto il suo sostegno al governo Renzi di cui, secondo l’ambasciatore, è lo stesso presidente americano ad apprezzarne la leadership.


Il quotidiano “La Stampa” ricorda come nell’incontro del 31 agosto tra il premier Matteo Renzi e la cancelliera tedesca Angela Merkel, quest’ultima avesse detto al nostro presidente del Consiglio: “Caro Matteo, bisogna riconoscere che la stabilità del tuo governo fa bene all’Italia e anche all’Europa”. La Francia, poi, unitamente al governo europeo di Bruxelles, fa sapere che una continuità di governo in Italia, e quindi un’eventuale vittoria di Renzi alle elezioni del 2018, sarebbe bene accolta dalla comunità internazionale.
Il quadro che emerge è chiaro e quanto mai sconcertante. I maggiori leader europei assieme al governo di Washington promettono fiducia ed investimenti in Italia a patto che ci sia la vittoria del SI sulle riforme costituzionali. La parola maggiormente ripetuta e diventata ormai di uso quotidiano è “stabilità”. Ma a vantaggio di chi? Il quotidiano “Il Giornale” parla di “ricatto” agli italiani. E non sembra avere tutti i torti. Vediamo perché.


L’agenzia internazionale “Fitch” che si occupa di rating (valuta, cioè, la solvibilità e, dunque, l’affidabilità di società ed imprese), durante una conferenza tenutasi a Londra ha fatto sapere, per bocca del responsabile rating sovrani per Europa e Medio Oriente, Edward Parker, che “se ci fosse un voto NO, lo vedremmo come uno shock negativo per l’economia e il merito di credito italiano”


Insomma, la questione Costituzione in Italia sembra preoccupare non poco la finanza internazionale. Ciò che il premier Renzi predica con tanto accanimento, ovvero la necessità di ridurre il numero di Parlamentari per ridurre la spesa pubblica (che con la riforma saranno nominati direttamente dalla Camera e godrebbero comunque dell’immunità parlamentare nonché del diritto di votare i Giudici della Corte Costituzionale) è solo la superficie di un baratro scuro e pericoloso. Stando, infatti, alle dichiarazioni dell’ambasciatore americano e della Fitch, la nostra Costituzione è piuttosto una questione di numeri, di economia e di finanza. Nessun accenno a quei beni che gli italiani hanno visto tanto calpestati negli ultimi anni: lavoro, salute, istruzione. “Se a votare sì al referendum sono i massoni, i banchieri e i poteri forti allora ancora più convintamente ci schieriamo per il NO, ovvero per la libertà e il bene degli italiani”, risponde alzando i toni Matteo Salvini, indignato per l’insopportabile ingerenza esterna in questioni nazionali.



A dimostrazione di quanto i poteri forti stiano facendo il tifo per il SI, “Il Fatto Quotidiano” denuncia l’esistenza di un documento di 16 pagine pubblicato il 28 maggio 2013 dalla banca d’affari americana JP Morgan, in cui veniva scritto che i “sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni” sono “inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”. Per quale motivo? Presto chiarito: le costituzioni dei Paesi del Sud Europa sono “influenzate da idee socialiste”, hanno “esecutivi deboli”, offrono “tutele dei diritti dei lavoratori”, ma anche “la licenza di protestare contro modifiche sgradite dello status quo”. Insomma, l’Italia è un Paese troppo democratico. Due anni dopo, tra il 2015 e il 2016 il governo Renzi approva una serie di manovre quali la “Buona Scuola”, i tagli alla sanità (con chiusura di ospedali, prestazioni sanitarie rincarate, visite mediche a data da destinarsi), il Jobs Act e una legge elettorale che garantisce l’elezione per almeno il 70% dei capi lista bloccati (gli italiani votano per nome e cognome 3 parlamentari su 10). Ciliegina sulla torta, ecco che arriva la riforma costituzionale che pone definitivamente termine allo stato di diritto voluto dai partigiani della Resistenza e dai Padri Costituenti. Riforma, lo ricordiamo, voluta da un governo non eletto dai cittadini e non condivisa neppure dalla maggioranza dei parlamentari. “La sovranità è degli elettori”, risponde oggi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Aggiungeremmo “elettori… italiani”, i quali certamente hanno ormai imparato sulla propria pelle che se decideranno di far valere la propria libertà e votare per ciò che è giusto e condiviso da molti piuttosto che per ciò che è bramato da pochi non accadrà nulla di apocalittico, anzi. Lo ha detto lo stesso Renzi: “Non verranno mica le cavallette!”.

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