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Referendum. Perché no? Per non farci prendere in giro

Il 26 settembre il Consiglio dei Ministri si riunirà per decidere la data del referendum costituzionale riguardo al DDL Boschi. Sono mesi che Renzi e la sua maggioranza girano l’Italia di lungo e in largo, tra fischi e contestazioni, per spiegare le ragioni del Sì a questa riforma. Gli slogan sono convincenti: abolizione del Senato, superamento del bicameralismo perfetto, taglio ai costi della politica. Tutto bello, ma sono slogan. Renzi in questo è un fuoriclasse, lo sappiamo. Del resto la sua ascesa nel PD prima e a Palazzo Chigi poi fu proprio a suon di hashtag e slogan pubblicitari: abbiamo poi visto com’è andata a finire. Ecco, per evitare che la sciagura si replichi, peraltro a proposito della nostra Costituzione, è bene analizzare quali pericoli si nascondono tra le righe della riforma Renzi-Boschi-Verdini (e Berlusconi) per la nostra democrazia. 



Il Senato delle Autonomie: la nuova “camera alta” del Parlamento
Come dicevamo, la riforma costituzionale comprende anche la finta abolizione del Senato. Già, perché il Senato rimane, se ne aboliscono soltanto le elezioni. E il numero dei senatori passa da 315 a 100, dei quali: 95 nominati dai partiti (74 consiglieri regionali e 21sindaci) e 5 nominati dal Presidente della Repubblica. Naturalmente tutti godranno dell’immunità parlamentare: il massimo per una classe dirigente che ha oltre 500 consiglieri indagati e decine già condannati comunque ancora in carica. In più, le elezioni amministrative si tengono ogni cinque anni, ma le Regioni e i Comuni non vanno al voto tutti insieme in una volta sola. Dunque, nel corso della legislatura, si assisterà a continue decadenze e cambiamenti della maggioranza al Senato. 
Riguardo le nomine che spettano al Presidente della Repubblica, c’è un aspetto piuttosto controverso all’interno della riforma. Attualmente la nostra Costituzione concede al Presidente della Repubblica la nomina di 5 senatori a vita per alti meriti in campo sociale, scientifico, artistico e letterario. Nella riforma costituzionale sono due gli articoli dedicati alle nomine presidenziali. Il primo è l’art. 57 che afferma:
"Il Senato della Repubblica è composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica".
Il secondo è l’art. 59 che recita così:
"Il Presidente della Repubblica può nominare senatori cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti in campo sociale, scientifico, artistico e letterario. Tali senatori durano in carica sette anni e non possono essere nuovamente nominati".

Attenzione: qui sorge un dubbio. Dato che nell’art. 59, a differenza del 57, non viene stabilito un numero limite di cittadini da poter nominare, cosa impedisce al Presidente della Repubblica di dare la nomina a tutti 315 gli attuali senatori? Nel corso della nostra Repubblica moltissimi politici sono stati nominati senatori a vita per meriti in campo sociale. Dato che non viene posto alcun limite numerico e la cosa è in conformità con la nuova Costituzione, non ci sarebbe alcun problema. 
E se anche si dovesse sollevare la questione di legittimità costituzionale, i giudici della Consulta non potrebbero dichiararla incostituzionale, essendo la maggior parte in quota maggioranza. Infatti su quindici giudici, 5 vengono nominati dalle supreme magistrature ordinarie e amministrative, 2 dal Senato, 3 dalla Camera (dove il governo avrà una maggioranza più che sicura) e 5 dal Presidente della Repubblica. Il quale sarà anch’egli in quota maggioranza, poiché i numeri della Camera peseranno molto di più rispetto a quelli del Senato: 630 contro 100. Ed è alla Camera che la maggioranza conta.
Ricapitolando: 3 giudici nominati dalla Camera (ossia dalla maggioranza di governo) + 5 nominati dal Presidente della Repubblica (eletto in quota maggioranza grazie ai numeri alla Camera) fanno 8 giudici costituzionali contro 7. Dunque, anche volendo, un eventuale ricorso non passerebbe.



Superamento del bicameralismo perfetto: arriva il bicameralismo perfettamente incasinato
L’iter legislativo attualmente in vigore prevede due sistemi: due passaggi tra Camera e Senato per le leggi ordinarie, quattro per quelle di revisione costituzionale. Con il superamento del bicameralismo perfetto che porterà a un significativo recupero di efficienza e di competitività per il nostro Paese, come vuole sua altezza Maria Elena, i sistemi di approvazioni vengono quintuplicati: da due a dieci. Vediamoli:

1) "Per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all'articolo 71, per le leggi che determinano l'ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l'ufficio di senatore…" (primo comma art. 70) il meccanismo rimane identico a quello attuale. 

2) Per le leggi ordinarie l’approvazione spetta alla Camera, la quale successivamente trasmette al Senato il testo che può essere riesaminato su richiesta di un terzo dei senatori. 

3) Prima opzione: dopo aver esaminato il testo, i senatori possono lasciarlo intatto oppure emendarlo entro 30 giorni.

4) Seconda opzione: la legge, in seguito agli emendamenti del Senato, torna alla Camera, la quale ha anch’essa due opzioni: prima, prendere atto e confermare gli emendamenti del Senato.

5) Seconda: infischiarsene e ripristinare il testo originale.

6) Per le leggi riguardo le Autonomie territoriali il governo può decidere di utilizzare la clausola di supremazia. In tal caso il Senato ha 10 giorni per esaminare il testo, previa approvazione della Camera, e 30 per apportarne eventuali modifiche.

7) Se il Senato cambia il testo a maggioranza assoluta, questo torna alla Camera, la quale può sempre annullare i cambiamenti apportati dai senatori anch’essa però a maggioranza assoluta.

8) Se il Senato cambia il testo a maggioranza semplice, la Camera potrà anche in questo caso annullare le modifiche del Senato ma a maggioranza semplice. 

9) Se alla Camera non vi è alcuna maggioranza, il testo passa così come lo ha approvato il Senato.

10) Per le leggi di bilancio funziona così: la legge viene approvata dalla Camera e la trasmette al Senato, il quale ha 15 giorni di tempo per modificarla. 

Il problema principale che è stato sollevato circa questa caccia al tesoro per deficienti a capire cosa bisogna fare per quale legge è il seguente: se un testo di legge riguarda più materie, quale iter legislativo si applica? La riforma dice che si devono accordare i presidenti delle due Camere. E se non si accordano? Si passa l’eternità ad aspettare il verdetto della Consulta? Forse lor signori hanno molto tempo libero. Ecco, se magari in quei ritagli di tempo provassero ad aggiustare questo piccolo e insignificante problemuccio farebbero cosa gradita.

Taglio ai costi della politica? Facciamo una spettinata
I 100 nuovi senatori non avranno alcuna indennità. Avranno però l’immunità, che non mi sembra poco. Ma in ogni caso anche il mantra dei senatori senza indennità non è propriamente vero: primo perché stiamo parlando di sindaci e consiglieri regionali che già ricevono una loro indennità; secondo perché avranno diritto ai rimborsi per le trasferte infrasettimanali a Roma. Per non parlare dei “portaborse”: troppo complicato camminare e portare un peso in mano contemporaneamente, vero?

Matteo Menegol

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