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Berlusconi e il dono dell’ubiquità: ecco come è riuscito a restare al centro della scena politica

Continua lo scontro sul referendum indetto per il 4 dicembre tra il fronte del Sì e quello del No. A quanto pare i due eserciti hanno trovato ciascuno il proprio condottiero: i sostenitori il premier Matteo Renzi, gli oppositori l’ex presidente Massimo D’Alema. Apparentemente distanti, Renzi e D’Alema hanno un passato molto più simile di quel che sembra: entrambi sono stati segretari di partito ed entrambi presidenti del Consiglio. Entrambi senza passare dalle elezioni. Ma il più grave dei peccati politici commesso dai due è senz’altro l’aver favorito la resurrezione di Berlusconi.



Dopo aver perso le elezioni nel 1996 contro l’Ulivo di Romano Prodi, Berlusconi si trovò all’opposizione. Dopo i soli sette mesi del suo governo nella precedente legislatura sperava di poter tornare a Palazzo Chigi il prima possibile. Dall’altra parte, però, c’era un'economista di fama internazionale che già da un anno stava girando l’Italia col suo pullman per promuovere la sua iniziativa elettorale: la creazione di una grande coalizione di centro-sinistra. Operazione ben diversa dalla “gioiosa macchina da guerra” celebrata da Achille Occhetto che Berlusconi asfaltò due anni prima. Ma forse non lo capì. C’è da ricordare che, a differenza del 1994, Bossi decise di correre da solo in seguito alla rottura col Cavaliere: con lui se ne andarono quasi 4 milioni di voti e un buon 10%, sufficiente da staccare Prodi di molto e vincere le elezioni.
Ma ci pensò D’Alema, allora segretario dei DS a risarcire Berlusconi del danno subito. Nel momento più duro dove quello che si credeva ormai l’ex leader del centrodestra chiedeva elezioni dalla mattina alla sera, apparentemente giunto al capolinea della sua esperienza politica e imprenditoriale (come disse lui stesso a Biagi e Montanelli: “Entro in politica perché sennò fallisco per debiti e mi mandano in galera”), arrivò a tendergli la mano il buon Massimo, che concordò con lui una commissione bicamerale per le riforme costituzionali.
Bisogna parlare chiaro: a Berlusconi delle riforme non importa un granché. Quello che è sempre interessato a lui erano giustizia e televisioni. E gli interessano tuttora, intendiamoci. Lui non conosce minimamente il bipolarismo, il bipartitismo, la legge maggioritaria, la legge proporzionale, il monocameralismo, il bicameralismo paritario, il bicameralismo differenziato, il presidenzialismo, il semipresidenzialismo, il federalismo. Non conosce nulla di tutto ciò. Ma non perché è ignorante, semplicemente perché non gli interessa. Primum vivere, deinde philosophari.
Ma D’Alema non ci pensò e incominciarono così i lavori della bicamerale. Obiettivo principale: cambiare la forma di governo da parlamentare a semipresidenziale, attraverso l’elezione diretta del presidente della Repubblica. D’Alema venne eletto presidente della Commissione bicamerale il 5 febbraio del ’97. Berlusconi decise di far saltare tutto un anno dopo. L’obiettivo (il suo) era riuscito: riacquisire popolarità e tornare ad essere determinante nella politica italiana.
Questo non impedì a Prodi di continuare a governare, almeno da lì fino a ottobre dello stesso anno quando D’Alema, che dopo la delusione della bicamerale con qualcuno doveva sfogarsi, decise di fare la staffetta per il governo mandando a casa Prodi e subentrandogli con un esecutivo che guardava più a destra rispetto a quello precedente. L’inizio del primo Governo D’Alema fu reso possibile anche dal ribaltone di alcuni parlamentari del centrodestra che passarono nelle file della nuova maggioranza. Altro regalo per Berlusconi, che cominciò a urlare al ribaltone accusando il Governo di non essere stato legittimato dal popolo ma attraverso una manovra di palazzo. La legislatura del centrosinistra si concluse con il secondo Governo Amato, il quale fece da apripista al ritorno di Berlusconi.
Diciassette anni dopo si assistette alla seconda replica della bicamerale (preceduta da quella del 2007 dove Veltroni aprì un “tavolo delle riforme” con Berlusconi causando la caduta del secondo Governo Prodi) che vide come interlocutore per il centrosinistra il neosegretario del PD Matteo Renzi.
Berlusconi arrivava dalla condanna in via definitiva per frode fiscale e dalla conseguente decadenza da senatore. A dicembre si era svolto il congresso dei democratici, anche loro dopo un anno difficile, dalla sconfitta alle elezioni di febbraio all’impallinatura di Prodi al Quirinale, che aveva eletto segretario l’allora sindaco di Firenze Renzi. Obiettivo da portare a termine: legge elettorale.
Renzi dal palco del congresso lanciò un appello a Beppe Grillo e a tutto il Movimento 5 Stelle perché discutessero insieme di quella e di altre riforme istituzionali e costituzionali, ma la risposta fu “picche”. Ci riprovò con un’intervista al Fatto Quotidiano ma anche lì niente da fare. L’unico disponibile (guarda caso) è Berlusconi, con il quale fissa un incontro alla sede del PD il 19 gennaio.


In realtà i due si erano parlati già prima, come testimonia questa telefonata intercettata tra Renzi e il generale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi risalente a una settimana prima dell’incontro, l’11 gennaio 2014 (giorno del compleanno di Renzi):
Renzi (R): Signor generale!
Adinolfi (A): Mi dicono fonti solitamente ben informate che ti stai avviando anche tu verso una fase di rottamazione.
R: È la disinformatia del partito…
A: Come stai amico mio? Tanti auguri, tanti auguri e complimenti. Matteo, spero di vederti in qualche occasione.
R: Con molto, molto piacere. La settimana prossima sarà un po’ decisiva perché vediamo se riusciamo a chiudere l’accordo sul governo. E…
A: Rimpastino?
R: Sì, sì. Rimpastino sicuro. Rimpastone, no rimpastino! Il problema è capire anche… se mettere qualcuno dei nostri…
A: È lì il punto! O stare fuori, va bene?
R: No, bisogna star dentro.
A: Oppure stare dentro.
R: Stare dentro però rimpastone.
A: Significa arrivare al 2015.
R: E sai, a questo punto, c’è prima l’Italia, non c’è niente da fare. Mettersi a discutere per buttare all’aria tutto, secondo me alla lunga sarebbe meglio per il Paese perché lui è proprio incapace, il nostro amico (Letta, nda). Però…
A: È niente, Matteo, non c’è niente, dai, siamo onesti.
R: Lui non è capace, non è cattivo, non è proprio capace. E quindi… però l’alternativa è governarlo da fuori…
A: Secondo me il taglio del Presidente della Repubblica.
R: Lui sarebbe perfetto, gliel’ho anche detto ieri.
A: E allora?
R: L’unico problema è che … bisogna aspettare agosto del 2016. Quell’altro (Napolitano, nda) non c’arriva, capito? Me l’ha già detto.
A: Sì sì, certo certo.
R: Quell’altro nel 2015 vuole andar via e … Michele mi sa che bisogna fare quelli che… che la prendono nel culo personalmente… poi vediamo magari mettiamo qualcuno di questi ragazzi dentro nella squadra… a sminestrare un po’ di roba.
A: Sì sì, ho capito.
R: Purtroppo si fa così.
A: Non ci sono alternative, perché quello, il numero uno non molla e quindi che fai?
R: E poi il numero uno anche se mollasse… poi il numero uno ce l’ha a morte con Berlusconi per cui… e Berlusconi invece sarebbe più sensibile a fare un ragionamento diverso. Vediamo via, mi sembra complicata la vicenda.
A: Matteo, intanto t’ho mandato una bellissima cravatta.
R: Grazie.
A: (…) Se vuoi il colore lo puoi cambiare, ci sono dei rossi e dei neri, va bene? (ride)
R: No ma va bene, poi io amo il calcio minore per cui va bene.. un abbraccio forte.
A: Che stronzo! Ciao, ciao. Buon compleanno, buona giornata.

Berlusconi sarebbe più sensibile a fare un ragionamento diverso”. E quel ragionamento è stato ratificato al Nazareno, dove Renzi ha avuto il via libera di Berlusconi.
Anche in questo caso della legge elettorale, della riforma del Senato e del Titolo V a Berlusconi non gliene importava nulla: dato che aveva capito che ci sarebbe potuta essere una staffetta Letta-Renzi, voleva avere sott’occhio la situazione per evitare che il nuovo capo del governo realizzasse cose a lui sgradite circa la giustizia e le televisioni.
Come la bicamerale, anche il “patto del Nazareno” è durato solo un anno: Berlusconi ha approfittato dell’elezione di Mattarella per rompere l’accordo con Renzi. O almeno così sembra. Resta il fatto che da quel momento si è creata la Forza Italia 2.0 di Denis Verdini (ALA), che col tempo ha ingigantito il proprio appoggio all’esecutivo.
Dunque Berlusconi attualmente è sia all’opposizione che in maggioranza: il suo partito non deve scontentare gli altri alleati del centrodestra se si vuole andare insieme alle prossime elezioni, ma in ogni caso deve comunque essere sicuro che sulla giustizia e sulle televisioni le cose non cambieranno.

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