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Conflitti di interesse a stelle e strisce

Manca sempre meno all’appuntamento più atteso: le elezioni presidenziali americane. I due candidati principali, Hillary Clinton per il Partito Democratico e Donald Trump per quello Repubblicano, recentemente si sono scontrati nel primo dibattito televisivo. Mai vista così tanta mediocrità. Su temi centrali, quali l’economia e il lavoro, ci fosse stata una volta che sono entrati nel merito affrontando un ragionamento di senso compiuto: la Clinton straparlava di investimenti sui giovani, sulle energie rinnovabili e sul fatto che è necessario creare posti di lavoro e rilanciare l’economia; Trump, già che c’era, ha promesso di realizzare 10 milioni di nuovi posti di lavoro. Una promessa che da noi in Italia non si è mai avverata – tra l’altro da noi c’era pure uno zero in meno.
Secondo gli esperti questo primo confronto è stato vinto da Hillary Clinton, e subito in rete è partita una diffusione capillare del video in cui la candidata democratica ha ricordato a Trump tutte le sue esternazioni più volgari della campagna elettorale.
Ma il vero problema dei due candidati, fino ad ora, non è stato affrontato con la giusta attenzione: il conflitto d’interessi.


La destra che avanza
Dunque anche la "terra dei sogni" rischia di vivere uno dei più grandi incubi che si possano immaginare: Donald Trump alla Casa Bianca. Sono quindici anni che in America si continua a ipotizzare una possibile discesa in campo di Trump, la prima volta nel 2000 per il partito riformista. Cinque anni fa però, in vista delle elezioni presidenziali del 2012, fu proprio lo stesso imprenditore ad annunciare che stava seriamente pensando di candidarsi come presidente, sempre attraverso le primarie del Partito Repubblicano, portando alla luce le sue idee (usiamo questo eufemismo) politiche: contrario all'aumento della pressione fiscale, contrario all'Obamacare (riforma della sanità che aumenta il numero di cittadini tutelati dal sistema sanitario), contrario al controllo delle armi e agli aiuti internazionali. Nel maggio del 2011 Trump annunciò che non si sarebbe candidato: lui sostiene che non fosse ancora pronto, altri sostengono che a non essere pronti fossero i cittadini americani per votarlo. Di fatti secondo un sondaggio, oltre settanta persone su cento sostenevano che fosse inadeguato come presidente degli Stati Uniti. Oggi invece ce lo ritroviamo candidato ufficiale del Partito Repubblicano. Il leader dei Pink Floyd Roger Waters di lui ha detto: “Le sue idee non sono stravaganti. E' l'eccezionalismo americano, degenerato e diffuso sotto l'ombrello dell'ignoranza assoluta. E' un ignorante, lo è sempre stato, lo sarà sempre. Vive nell'illusione di essere ammirevole. E ovviamente, per chi la pensa come me, rappresenta tutto ciò che c'è di disgustoso nella società americana”. Effettivamente, specie dopo aver riascoltato l’elenco degli insulti fatto dalla Clinton, è difficile pensarla diversamente. Stiamo parlando di un signore che, dopo gli attentati di Parigi, ha detto che se i cittadini fossero stati armati non sarebbe successo nulla. Stiamo parlando di un signore che ha affermato che il riscaldamento globale sarebbe un'invenzione della Cina per sfavorire l'America nell'economia. Stiamo parlando di un signore che ha dichiarato di voler vietare l'ingresso negli Stati Uniti a tutti i musulmani. Lui è sempre lo stesso, sono gli americani evidentemente ad essere cambiati. Perché quello che dice cinque anni fa faceva totale ribrezzo ai suoi concittadini e invece oggi è considerato degno di (possibile) nomina presidenziale?
Ma, al di là del linguaggio e dei toni utilizzati da Trump, andiamo al tema centrale: il conflitto d’interessi. Trump è il padrone assoluto di un impero economico, la Trump Organiation, che comprende 500 proprietà tra società immobiliari, hotel e resort sparsi qua e là per il mondo. Le sue aziende sono strettamente legate alle concessioni bancarie: Trump, di fatti, oltre ad aver concluso affari in Medio Oriente, ha ricevuto prestiti milionari dalla Deutsche Bank. Con la sua elezione a presidente, dunque, Trump avrebbe sotto controllo il sistema bancario americano all’interno del quale sono presenti istituti di credito che concedono cifre da capogiro alle sue aziende.



La first ladypocrita
Per il Partito Democratico la candidata alle presidenziali è Hillary Clinton. Per quei pochi che non lo sapessero, Hillary Clinton, moglie dell'ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, è stata senatrice per lo stato di New York ed ex Segretario di Stato dal 2009 al 2013 sotto la presidenza di Obama. Proprio insieme ad Obama fu protagonista delle primarie del 2008, che videro poi la vittoria del senatore dell'Illinois e la sua candidatura per i democratici per la corsa alla Casa Bianca. La Clinton, in seguito alla sconfitta, sostenne apertamente Barack Obama nel corso della campagna elettorale, tanto che venne poi risarcita con la nomina a Segretario di Stato. Nell'aprile del 2015 ha annunciato ufficialmente la sua candidatura in vista delle elezioni presidenziali dell'anno successivo. All’epoca delle primarie, un anno e mezzo fa, ha dichiarato in seguito alle affermazioni di Trump che egli stesso è "il miglior reclutatore dell'Isis": questo perché lo Stato Islamico aveva utilizzato alcuni video di propaganda in cui il candidato repubblicano attaccava i musulmani. Sempre restando nell'ambito del terrorismo, sono celebri ormai le sue dichiarazioni riguardo la guerra in Iraq (da lei definita un errore madornale degli Stati Uniti) e Al-Qaeda ("Quelli che oggi sono nostri nemici, un tempo li finanziavamo"). Quest'ultima affermazione è stata ripresa ed erroneamente riferita all'Isis. Riguardo a ciò, però, c'è un'altra dichiarazione sconvolgente che fa pensare che ciò che disse la Clinton riguardo i legami con Al-Qaeda stia proseguendo anche con i terroristi dello Stato Islamico. Il senatore Rand Paul, in un'intervista alla CNN, ha dichiarato che gli Stati Uniti insieme all'Arabia Saudita, al Qatar, al Kuwait, alla Turchia e ad altri paesi sono tra i principali finanziatori del califfato. E questa tesi è stata confermata dal parlamentare iracheno Mohammed Sehoud, il quale ha detto: "Gli americani hanno bombardato l'Isis poiché si è espanso più di quanto concordato con essi".Bisogna ricordare che nel 2003 la Clinton, che ora finge di fare la pacifista e la non-interventista, votò a favore dell’intervento militare in Iraq, che provocò 63 mila morti civili, dieci volte quelle che furono le perdite militari. E quelle 63 mila vittime, per le quali adesso la signora Clinton in cerca di voti piange, furono provocate anche grazie a lei. Si dice che cambiare idea sia segno di intelligenza, ma qui non c'è nessun cambiamento di idea: questa è pura ipocrisia.
Naturalmente, per non essere da meno, anche lei ha un conflitto d’interessi sulle spalle: riguarda la Clinton Foundation. Essa è in possesso di due miliardi di dollari avuti attraverso numerose donazioni da ogni parte del mondo: imprenditori, aziende, governi. In particolare dai governi dell’Arabia Saudita, del Kuwait, del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti. Tutti paesi, guarda caso, individuati come principali finanziatori dell’Isis.

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