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Francia, termina lo sgombero del campo-profughi di Calais: un incendio scoppia nella notte

È terminato lo sgombero del più grande campo profughi d’Europa, quello di Calais, nel nord della Francia, noto ormai a tutti come “la Giungla” per gli episodi di violenza verificatisi e la condizione di grave disagio e povertà dei suoi abitanti. “La Giungla non esiste più, la nostra missione è finita,” commenta il prefetto di Pas-de-Calais, Fabienne Buccio, “non ci sono più migranti nel campo”.


Cinquemila persone sono state smistate nei diversi centri d’accoglienza presenti su tutto il territorio francese, ma secondo le autorità molti potrebbero avere approfittato del caos per darsi alla fuga e recarsi nelle città vicine. La maggior parte sognava, infatti, di raggiungere il Regno Unito. Si teme, in particolare, che le oltre mille persone che mancano all’appello possano ritornare a vivere nell’area corrispondente al campo. Questo luogo, infatti, ospitava dalle 6.000 alle 8.000 persone. Il numero preciso dei suoi inquilini non è noto neppure alle forze dell’ordine: nuovi gruppi arrivavano ogni giorno. Per le operazioni di pulizia sono stati impiegati 1.200 uomini.
Questa notte, il campo è stato avvolto dalle fiamme che lo hanno consumato fino alla tarda mattinata di oggi. 
Un incendio, doloso probabilmente, si è sviluppato sulla strada principale e si è esteso immediatamente al campo, riducendo in cenere tende ed attività commerciali di fortuna allestite dai migranti durante la loro permanenza. “Si tratta di una tradizione diffusa presso molte popolazioni di profughi distruggere le proprie case prima di partire,” ha commentato il prefetto di Pas-de-Calais ad alcune tv locali. Non è dello stesso parere il commissario di polizia di Calais, convito che dietro l’incendio vi siano gli attivisti che non volevano lasciare la zona.








In ogni caso, svuotare il campo di Calais non ha certamente risolto il problema immigrazione. La Francia dispone di oltre 400 centri d’accoglienza in cui gli immigrati possono fare richiesta d’asilo. Spostarli da una parte all’altra del Paese certamente aiuta a ridurre un’eccessiva concentrazione di profughi in un’unica area ed evitare disordini, ma non risolve la loro condizione. Senza un’adeguata conoscenza della lingua e della cultura del Paese che li ospita e senza possibilità d’integrazione, questi uomini, donne e bambini andranno ad affollare altre aree in attesa di poter realizzare un nuovo progetto di vita che sembra sempre più lontano. Un limbo eterno, insomma, ma una preoccupazione crescente anche per la popolazione locale che deve fronteggiare un’emergenza che ormai è diventata la normalità.

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