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Harry Potter e la maledizione dell’erede

C’eravamo all’arrivo della lettera. Abbiamo gioito e ci siamo complimentati. D’altronde è così semplice sognare, quando si è piccoli e ogni motivo è buono per chiudere gli occhi e immaginare mondi magici.
Siamo stati lì quando il bambino che è sopravvissuto, ancora acerbo ma già pieno di coraggio e tenacia, sconfiggeva – di volta in volta, senza che mai divenisse banale, poco chiaro – il Signore Oscuro e abbiamo pregato, di notte e al buio, che mantenesse la calma, che ci facesse sognare.
Siamo stati testimoni di azioni di eroismo e d’arguzia.
Siamo cresciuti con lui, alternando periodi di calma saggezza a periodi di adolescenziali paturnie.



Abbiamo amato il castello, quella Hogwarts che popolava i nostri sogni e i nostri incubi.
Abbiamo letto di scale che il venerdì portavano in posti differenti e di lezioni di Pozioni, di vicoli freddi e angusti ma colmi di quell’incanto che solo un castello/scuola di magia può offrire. Abbiamo partecipato a lezioni di Trasfigurazione. Abbiamo amato Hagrid e odiato – ma solo un pochino – la McGranitt, granitica di cognome e di indole. Silente ha esercitato su di noi un fascino impossibile da descrivere: frasi lasciate sospese e barba bianca, occhi nei quali si poteva scrutare l’infinito, calma che odorava di vecchiaia e forza. Ci siamo stupiti per i dipinti che si muovevano, e abbiamo desiderato assaggiare le Gelatine tutti Gusti + Uno.
Nel corso del cammino lungo sette libri, abbiamo anche sofferto per morti che non ci siamo potuti spiegare – perché la morte arriva quando meno ce la si aspetta, e porta con sé una nuvola di dolore e di smarrimento. E poco importa se erano solo personaggi di un libro: nella nostra testa erano divenuti reali, erano riusciti a diventare veri, in carne e ossa.
Ecco perché, nell’ultima frase dell’ultimo libro, dopo aver letto un piccolo frammento di diciannove anni dopo, ci siamo sentiti un po’ persi, un po’ tristi – come quando qualcosa deve finire e si è preparati, ma il cuore duole lo stesso. Abbiamo sentito il sapore dolceamaro della fine, del “the end”, del “e vissero felici e contenti”. Ciò che negli ultimi dieci anni circa era stato una certezza, un porto sicuro, era terminato in un “andava tutto bene”.
Invece qualcosa doveva ancora nascere.
La Rowling ha provato, nuovamente, a portarci in quei luoghi, in quel mondo dove ci sono bacchette, incantesimi e bambini che sopravvivono a oscuri presagi.
Sì, è vero, è un testo teatrale. E sì, è vero, avremmo desiderato un libro. È vero anche che la magia dei sette libri non si può trovare facilmente. Proprio per questo invito a leggerlo non come un continuo vero e proprio, ma come una piccola storia legata.
Con queste dovute premesse, come si fa a non amare “La maledizione dell’erede”?
È comunque un mondo che ritorna, un mondo che avevamo deciso di accantonare ma che è rientrato nelle nostre vite – violento come sempre.
Io odio gli addii, le fini, le tristi consapevolezze che le cose finiscono e ce ne dobbiamo solo fare una ragione.
Odio pensare che dovrò solo ricordare, solo tornare nel passato.
Odio avere dentro di me un punto fermo.
E questo libro mi ha nuovamente riportata nel magico mondo di Harry Potter.
Nel piccolo Albus vediamo l’insicurezza e il senso di inadeguatezza che i ragazzi con padri dal nome importante devono affrontare. Non si sente abbastanza – forte, intelligente, bravo? – e questo provoca in lui un dualismo: ama il padre, ma non vorrebbe essere suo figlio.
In Scorpius, un bambino che è tanto fragile quanto il padre è stato bullo in passato, notiamo una rincorsa alla felicità e una bontà senza limiti.
I ragazzi sono ciò che i padri insegnano loro ad essere. I ragazzi soffrono per ciò che i padri sbagliano. I ragazzi sono specchi, spesso al contrario, di ciò che gli viene inculcato.
E Harry, che noi ricordiamo ragazzo, è grande. È padre. Marito. Ha degli incarichi importanti al Ministero della Magia. Ma anche lui sbaglia. Proprio perché è adulto, fa scelte avventate e la pazienza vacilla – perché i padri hanno un grosso peso sulle spalle e più hanno il timore di non saperlo portare più dicono cose fuori luogo, più si comportano da bambini, più sbagliano.


Ron è cresciuto, sì, ma porta dentro di sé un’anima da bambino. Accanto a lui, fiera e altera come la ricordavamo, c’è l’astuta Hermione.
Draco, dopo una vita difficile e colma di sofferenza, ha piegato un po’ il capo, diventando una persona affidabile e ricca d’amore da regalare.
Ginny sostiene un Harry insicuro, che zoppica.
Sono tutti diversi. Sono grandi e hanno lavori da grandi. Ovviamente non possono essere come li avevamo immaginati noi; non possono essere perfetti. Come tutte le persone, hanno dei difetti e questi vengono enfatizzati.
Ho deciso, tuttavia, di farmeli piacere. Di sognare di nuovo, sulle onde di un’opera che non avrà mai fine. Di immaginare le imprese che i due piccoli Serpeverde hanno deciso di affrontare. Di pregare, ancora una volta, per un lieto finale.
E, tutto sommato, sono arrivata alla parola fine quasi soddisfatta: non esiste un epilogo e forse mai esisterà. Si tratta solo di prendere il punto di vista corretto.

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